Ormai il 2025 si è già concluso, lasciando però ripercussioni sul nuovo anno.
L’Iran arriva alla fine del 2025 in una delle fasi più difficili degli ultimi anni. Nel paese scoppiano animate proteste, nate dall’aggravarsi della crisi economica, dall’inflazione elevata, dalla caduta del rial e dalla difficoltà di accesso a beni di prima necessità, che hanno colpito duramente la popolazione.
Le manifestazioni, iniziate come proteste economiche, si sono progressivamente trasformate in una contestazione più ampia contro la gestione del potere e le politiche del governo.
L’inflazione ha raggiunto livelli molto elevati, indebolendo il potere d’acquisto di famiglie e lavoratori. Ma il crollo del rial, la difficoltà nel reperire beni essenziali e l’aumento della disoccupazione hanno colpito soprattutto la classe media urbana, uno dei pilastri della stabilità sociale.
Le manifestazioni si sono estese dai mercati alle università, coinvolgendo studenti, commercianti e lavoratori.
In Sudan, l’anno si conclude senza segnali concreti di pacificazione. Il conflitto armato tra fazioni rivali ha devastato il paese, causando milioni di sfollati e il collasso di servizi essenziali come sanità, istruzione e distribuzione di cibo.
A pagare il prezzo più alto è la popolazione, intrappolata tra violenze e carestie. Non si tratta più di un semplice conflitto, ma di una delle peggiori crisi umanitarie nel mondo. Milioni di persone sono state costrette a lasciare la propria casa; città distrutte e famiglie uccise o separate.
Quello che è successo e continua a succedere in posti come Darfur è una vera uccisione di massa e pulizia etnica.
Non riguarda solo i minerali o l’oro: intere comunità nere sono prese di mira e sterminate.
La violenza è razziale, organizzata e intenzionale.
Nonostante la gravità della situazione, il Sudan viene ignorato e il genocidio etichettato come un “conflitto complesso”.
Sul piano geopolitico, gli ultimi giorni del 2025 sono segnati dalle dichiarazioni di Netanyahu e dai contatti con Trump, riguardo alla sicurezza regionale e alla minaccia rappresentata dall’Iran.
La questione iraniana resta centrale: Israele considera Teheran un pericolo strategico, soprattutto per il suo ruolo regionale e per le preoccupazioni legate alle capacità militari.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian afferma che Stati Uniti, Israele ed Europa stanno conducendo una “guerra a tutto campo” contro il suo paese:
«Secondo me, siamo in una guerra a tutto campo con America, Israele ed Europa. Non vogliono che il nostro paese si regga sulle proprie gambe».
Il presidente iraniano aggiunge inoltre che questa guerra è ancora più complessa della guerra contro l’Iraq (1980-1988), un conflitto brutale di otto anni che ha provocato un milione di vittime.
Gli Stati Uniti e i loro alleati accusano l’Iran di cercare di acquisire armi nucleari, un’accusa che Teheran ha ripetutamente negato.
Israele e Iran hanno combattuto una guerra di 12 giorni a giugno, innescata da un attacco senza precedenti di Israele contro siti militari e nucleari iraniani, oltre che aree civili.
Questo clima contribuisce ad aumentare la tensione in medio oriente, dove ogni dichiarazione assume un peso significativo in un contesto già segnato da conflitti indiretti, alleanze fragili e rivalità storiche.
Anche per il Venezuela l’anno si conclude segnato da una crisi economica persistente. Le difficoltà nel settore energetico, le sanzioni internazionali e l’instabilità politica continuano a influenzare la vita quotidiana della popolazione.
Trump ha sviluppato una linea sempre più dura verso il governo di Nicolás Maduro, considerato dagli Stati Uniti “illegittimo” e legato al narcotraffico.
Gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni soprattutto sul settore petrolifero venezuelano, colpendo compagnie e petroliere associate all’export di greggio. Queste misure hanno ridotto ulteriormente le esportazioni e indebolito l’economia.
Trump ha giustificato l’escalation definendo il Venezuela un “narcostato”, con Maduro alla guida di un regime considerato responsabile di traffico di droga e criminalità internazionale.
Verso fine dicembre 2025, Trump ha lasciato intendere che operazioni di terra contro cartelli e installazioni venezuelane sarebbero “molto presto” all’orizzonte, accompagnate da ultimatum a Maduro di dimettersi e lasciare il Paese.
Nonostante l’entrata in vigore di un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza il 10 ottobre 2025, la situazione sul terreno resta estremamente critica.
Israele avrebbe violato l’accordo almeno 969 volte tra il 10 ottobre e il 28 dicembre, continuando attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria e sparatorie quasi quotidiane, causando la morte di centinaia di persone.
In particolare, le violazioni includono:
-298 episodi di colpi d’arma da fuoco contro civili;
-54 incursioni in aree residenziali oltre la cosiddetta “linea gialla” (confine oltre il quale gli attacchi israeliani non dovrebbero spingersi);
-455 bombardamenti o colpi di artiglieria;
-162 demolizioni di abitazioni e proprietà civili;
-45 arresti di palestinesi provenienti da Gaza nell’ultimo mese.
A queste azioni si aggiunge il blocco continuo degli aiuti umanitari essenziali, che ha aggravato una situazione già drammatica per l’accesso a cibo, acqua, cure mediche ed energia.
La striscia di Gaza, già devastata da mesi di guerra, continua a subire la distruzione di abitazioni e infrastrutture.
La ricostruzione risulta quasi impossibile senza l’ingresso di materiali e mezzi pesanti, mentre gran parte della popolazione vive in condizioni di estrema precarietà.
Le continue violazioni del cessate il fuoco stanno trasformando la tregua in una pausa solo formale, incapace di garantire sicurezza o stabilità ai civili.
Un altro elemento centrale è lo scambio dei corpi delle vittime. Hamas avrebbe dovuto restituire 28 corpi di prigionieri israeliani in cambio di 360 corpi di palestinesi detenuti da Israele.
Al 3 dicembre, hamas aveva restituito 27 corpi, dichiarando che l’ultimo non poteva essere recuperato senza attrezzature pesanti, necessarie per scavare tra le macerie causate dai bombardamenti.
Israele ha finora restituito oltre 300 corpi di palestinesi. Molti di questi resti risultavano gravemente danneggiati, e numerosi corpi restano non identificati.
Nel complesso, la situazione a Gaza dopo ottobre 2025 mostra come il cessate il fuoco non abbia risolto le cause profonde del conflitto e la popolazione civile continui a pagare il prezzo più alto.
Il 2025 si chiude tra crisi economiche, conflitti armati e tensioni geopolitiche che hanno colpito milioni di persone in tutto il mondo.
Le proteste, le guerre e le sanzioni mostrano un quadro in cui le vite dei civili restano spesso al margine delle decisioni dei governi e degli interessi strategici.
Se il 2025 ha insegnato qualcosa, è che la pace e la stabilità non possono essere date per scontate: il nuovo anno porta con sé la responsabilità di affrontare queste emergenze con urgenza e determinazione.
Alshayeb Layan 3BC