La vita degli esseri umani è costellata di scelte. Ogni giorno ci troviamo davanti a un bivio, costretti a decidere quale strada intraprendere senza avere la certezza che sia quella giusta. Questo è forse l’aspetto più inquietante della libertà: l’impossibilità di conoscere in anticipo le conseguenze delle nostre decisioni. Eppure, scegliere è inevitabile. L’alternativa sarebbe rimanere immobili,diventare come gli ignavi descritti da Dante nel terzo canto dell’inferno.
Kierkegaard sostiene che l’essere umano possa vivere secondo tre modalità fondamentali: una vita orientata al piacere immediato, una fondata sul dovere e sulla responsabilità, e una basata su una scelta radicale che affida il senso dell’esistenza a qualcosa di più grande dell’individuo stesso. Nella prima, l’individuo ricerca continuamente nuove esperienze, senza però riuscire a costruire una vera identità stabile. Nella seconda, invece, egli si ancora a valori e impegni, trovando una certa solidità ma rischiando di cadere nella monotonia. Nella terza, infine, si compie un salto decisivo: si rinuncia a una parte del controllo su di sé per affidarsi a una dimensione superiore, trovando in essa una guida e una forma di certezza.
Ma questa idea di scelta consapevole è davvero applicabile alla società contemporanea? Oggi sembra che le nostre decisioni siano sempre meno autonome di quanto crediamo. Viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli che orientano i nostri desideri, influenzano i nostri gusti e, in ultima analisi, condizionano le nostre scelte. Non si tratta più di una sottomissione volontaria, bensì di un processo sottile e spesso invisibile.
La comunicazione di massa, ad esempio, non si limita a informare: essa suggerisce, orienta, costruisce bisogni. La pubblicità non vende soltanto prodotti, ma modelli di vita, identità da indossare, ideali a cui conformarsi. Allo stesso modo, la società dei consumi sembra spingerci continuamente verso il “di più”: più oggetti, più esperienze, più desideri da soddisfare. Tuttavia, questo surplus non coincide necessariamente con un reale miglioramento della nostra condizione. Spesso si traduce, piuttosto, in un circolo vizioso di consumo e insoddisfazione.
Un esempio evidente è rappresentato dalla moda. Essa cambia rapidamente, imponendo nuovi standard e rendendo obsoleti quelli precedenti nel giro di poco tempo. In questo modo, l’individuo si sente costretto ad adeguarsi, non tanto per una scelta autentica, quanto per evitare il giudizio sociale. Il timore di essere esclusi o etichettati spinge a conformarsi, trasformando quella che dovrebbe essere un’espressione personale in un obbligo implicito.
Alla luce di tutto questo, sorge spontanea una domanda: siamo davvero liberi di scegliere? O le nostre decisioni sono, almeno in parte, il risultato di influenze esterne che agiscono su di noi senza che ce ne rendiamo conto?
Forse la libertà non consiste nell’assenza di condizionamenti , cosa probabilmente impossibile, ma nella capacità di riconoscerli. Essere liberi potrebbe significare prendere consapevolezza delle forze che ci circondano e cercare, per quanto possibile, di non esserne completamente dominati. Non si tratta di eliminare ogni influenza, ma di recuperare uno spazio di autenticità all’interno di esse.
In un mondo che tende sempre più a frammentare l’individuo e a orientarne i comportamenti, la vera sfida è proprio questa: riuscire a scegliere, sapendo che scegliere è difficile, rischioso e inevitabilmente imperfetto, ma anche l’unico modo per dare senso alla propria esistenza.
Alice Vergani e Riccardo Magnani