È recente la notizia dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro la Repubblica Islamica dell’Iran: lo scorso 28 Febbraio, il Presidente Donald Trump ha disposto l’avvio delle operazioni offensive nell’ambito del piano militare “Epic Fury”, elaborato congiuntamente da Pentagono e Mossad, l’agenzia di intelligence di Tel Aviv specializzata nello spionaggio all’estero, con particolare riferimento ai Paesi arabi e alle teocrazie islamiche.
Alcuni giorni prima, tra il 17 ed il 26 Febbraio, si erano svolti a Ginevra presso l’ambasciata dell’Oman, dei negoziati diplomatici tra Stati Uniti ed Iran, con la partecipazione, tra i vari delegati, del Ministro per gli Affari Esteri iraniano. Egli aveva dichiarato il raggiungimento di un’intesa tra i due Paesi limitatamente ad alcuni principi guida generali in materia di utilizzo dell’uranio, lasciando chiaramente trapelare l’assenza di un accordo sostanziale.
Nel corso delle trattative diplomatiche, per quanto sia Iran che Oman abbiano sottolineato lo spirito costruttivo e i seri sforzi messi in atto al tavolo con la delegazione di Washington, il Presidente statunitense Donald Trump ha disposto parallelamente ai negoziati in corso il rafforzamento del presidio militare americano nelle immediate vicinanze dei confini iraniani.
Il 21 Febbraio la portaerei USS Gerald R. Ford ha attraversato lo stretto di Gibilterra dopo aver lasciato i Caraibi, al fine di unirsi alla USS Abrahm Lincoln già inviata presso il Golfo Persico. Attualmente, la Marina Militare statunitense annovera in totale dodici navi da guerra di simile tonnellaggio, di cui tre impiegate per le operazioni di addestramento, tre in manutenzione, tre in fase di demolizione e tre liberamente disponibili. La decisione non casuale di disporre due delle tre portaerei statunitensi ad oggi in utilizzo ha sottolineato, di fatto, l’inconsistenza della volontà dei vertici dell’amministrazione degli Stati Uniti di ricercare efficacemente un accordo, più o meno duraturo, con la Repubblica Islamica.
Inoltre, non solo i negoziati di Ginevra si sono resi un valido casus belli per giustificare l’attacco congiunto israelo-statunitense, conseguenza, per la Casa Bianca, di una mancata reale collaborazione degli interlocutori sul piano diplomatico, ma hanno inoltre consentito all’intelligence dei due Paesi di affinare gli ultimi dettagli di un complesso piano preventivamente organizzato e strutturato, individuando con estrema precisione la localizzazione della Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. Egli è stato vittima del raid su Teheran assieme all’ex presidente Ahmadinejad e al capo di Stato Maggiore delle forze armate della Repubblica Islamica.
Come intuibile, la risposta militare iraniana non si è fatta attendere: Teheran ha reagito prontamente contro Israele, con un raid di droni indirizzato contro la colonia di Beit Shemes, nei pressi di Gerusalemme. L’intervento armato della Repubblica Islamica, tuttavia, non si è limitato allo Stato Ebraico, coinvolgendo anche gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, ove ha sede il quartier generale della flotta statunitense presente nel Golfo Persico nell’ottica del piano “Epic Fury”, l’Arabia Saudita e il Kuwait, allo scopo di indebolire gli alleati mediorientali dell’amministrazione Trump.
Immediata è stata anche la reazione dei mercati: l’Autorità di regolamentazione finanziaria degli Emirati Arabi Uniti ha disposto, infatti, la chiusura delle Borse Valori di Dubai e Abu Dhabi nei due giorni immediatamente successivi ai raid iraniani, al fine di riservarsi la facoltà di “monitorare attentamente l’evolversi della situazione nella regione e valutarla in maniera continua”, confidando in una possibile ristabilizzazione dei trend economici prima della riapertura.
Inoltre, la chiusura disposta dall’Iran dello Stretto di Hormuz, braccio di mare attraverso il quale transita annualmente il 25% del commercio globale di petrolio, aggravata dalla minaccia di affondamento di qualunque nave o imbarcazione non rispettasse tale divieto, ha conseguentemente provocato un’impennata del prezzo del greggio, con conseguente ripercussione sul costo dei principali carburanti: è stata infatti superata la soglia degli 85 dollari al barile (159 litri, equivalenti a 42 galloni statunitensi).
Limitatamente alla sola benzina, in Italia, considerando il taglio di 4,05 centesimi al litro dell’accisa governativa disposto a partire dal 1° Gennaio 2026, si è passati da circa 1,60 euro al litro di fine Febbraio a quasi 1,80 della prima settimana di Marzo.
A livello politico, sono molteplici le dichiarazioni pervenute dai principali leader mondiali: in primo luogo, lo stesso Presidente statunitense Donald Trump ha definito l’Iran “ormai fuori controllo”, giustificando l’intervento militare USA come necessario, al fine di evitare un’offensiva da parte della Repubblica Islamica. Dalla Casa Bianca, dunque, l’operazione “Epic Fury”, che dovrà avere una durata indicativa di quattro settimane, è stata descritta come improrogabile, dal momento che, secondo Trump, il regime degli ayatollah avrebbe sviluppato un’arma nucleare entro i successivi quindi giorni, eventualità alquanto improbabile a seguito dell’attacco statunitense dello scorso 22 Giugno condotto contro nove presunti centri di ricerca atomica iraniani, colpiti con bombe di profondità.
Dai vertici dell’Unione Europea, l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza Kaja Kallas ha dichiarato inaccettabili gli attacchi indiscriminati dell’Iran a danno dei partner dei Paesi comunitari e ha avvertito positivamente la possibilità che si possa aprire una strada differente per l’attuale Repubblica Islamica, guidata dagli ayatollah a partire dal 1979, quando venne destituito l’ultimo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi. La Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, a seguito del proficuo confronto con l’Emiro del Kuwait, ha affermato di aver espresso la piena solidarietà dell’Unione al Paese, in seguito agli attacchi condotti dall’Iran, per poi aggiungere di aver dibattuto con Sua Altezza Mishal Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah relativamente all’urgente necessità di ridurre le tensioni, intraprendendo un percorso di transizione pacifica e dialogo diplomatico.
Sempre a livello europeo, Francia, Germania e Regno Unito si sono dichiarati pronti ad intraprendere azioni difensive proporzionate che possano “distruggere alla fonte la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni”.
Da Berna, il Presidente della Confederazione Elvetica Guy Parmelin ha espresso la propria profonda preoccupazione per l’escalation in Iran e nei Paesi mediorientali e si è dichiarato scosso dallo sviluppo repentino degli eventi: nella seconda metà di Febbraio, infatti, a Ginevra si erano tenuti i negoziati che avevano visto presenti al tavolo delle trattative le delegazioni sia di Washington che di Teheran. Inoltre, il leader svizzero ha dichiarato di aver preso immediatamente contatti con il Presidente degli Emirati Arabi Uniti e con il Principe ereditario del Kuwait, auspicando la prevenzione di un’eventuale ulteriore destabilizzazione della regione.
Molto dirette, invece, sono state le parole del primo ministro spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, il quale ha anzitutto espressamente vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari presenti in Andalusia per le operazioni contro l’Iran, per poi aggiungere come “la posizione del governo spagnolo si riassuma in quattro punti: no alla guerra. No al fallimento del diritto internazionale. No ad assumere che il mondo possa risolvere i propri problemi a base di conflitti. No a ripetere gli errori del passato”. Immediata la reazione di Trump: il tycoon ha presto chiarito l’intenzione di interrompere ogni forma di rapporto commerciale con la Spagna, definita un “terribile alleato”.
Da Palazzo Chigi, infine, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è detta preoccupata del conflitto, in particolare per quanto concerne il rischio di escalation, con conseguenze imprevedibili: a suo avviso, “la crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali sta generando un mondo sempre più governato dal caos”.
Christian Monti, 5^BE