Dal 7 di ottobre del 2023 il Medio Oriente è stato luogo di continui scontri armati tra le forze paramilitari palestinesi di Hamas e le Forze di Difesa Israeliane, più comunemente note con la sigla anglosassone “IDF”.

Il motivo degli scontri armati tra questi due enti viene tendenzialmente collocato nel 7 di Ottobre del 2023 perché, quel giorno, dei commandos di Hamas hanno attaccato a sorpresa il territorio di Israele, rapendo duecentocinquantuno ostaggi e trasportandoli in nascondigli a Gaza. Questo attacco è stato poi giustificato da alcuni portavoce di Hamas come un “atto di difesa nell’ambito della liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana e della reclamazione dei diritti palestinesi”, affermando che azioni simili sono state intraprese da tutti i popoli del mondo sotto occupazione.

Queste parole sono innegabilmente collegate alla lunghissima storia di conflitti tra Israeliani e Palestinesi, coinvolgendo poi gran parte del mondo arabo, storicamente pro-palestinese e le maggiori potenze occidentali, in particolar modo gli Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia, storicamente pro-israeliane.

La causa di questo odio tra le due popolazioni viene tendenzialmente fatta ricorrere alla Risoluzione dei Due Stati del 1947 quando venne approvata, al Consiglio delle Nazioni Unite, la risoluzione 181, secondo la quale il Mandato Britannico della Palestina, ente coloniale britannica comprendente l’area palestinese moderna, venne suddiviso in “parti”, infatti il 55% dei territori venne dato alla comunità ebraica, la quale però aveva di fatto il controllo di solo il 7% di queste terre, mentre alla popolazione araba, storicamente maggiore e più radicata nel territorio, vennero dati solo il 44% dei territori del mandato, questa risoluzione fu ben accolta dalla comunità ebraica, ma invece rifiutata dalla comunità araba, che invece era a favore della creazione di una “federazione” ove avrebbero potuto convivere sia ebrei che mussulmani.

Proprio quell’anno si ebbe il primo inevitabile scontro tra la comunità ebraica e le forze arabe, scontro che poi fu vinto da Israele che, illegalmente, occupò ampie porzioni di territorio inizialmente assegnate allo Stato di Palestina.

Da quel momento ci sono stati scontri con cadenza tristemente periodica tra le due popolazioni, in particolare è ricordata la Guerra dei Sei Giorni, nella quale Israele occupò, ancora una volta illegalmente, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, assegnate previamente all’Autorità Palestinese e liberate solo nel 1970, e la Penisola del Sinai, territorio invece egiziano, tuttavia la prima “pace” fu raggiunta con gli Accordi di Camp David, anche se questo non riuscì a prevenire ulteriori scontri, come la Prima e Seconda Intifada.

Seppur questi scontri possono essere ritenuti conclusi, in quanto appartenenti al passato, essi sono perfettamente riconducibili allo scontro in corso, in primis perché è proprio dopo la Seconda Intifada che ha iniziato a prendere potere Hamas ai danni della fazione più moderata Fatah, la quale mantenne il potere in Cisgiordania.

Proprio dopo la presa di potere di Hamas si aggravarono gli scontri tra Palestina, in particolare la zona di Gaza, ed Israele, fino ad arrivare appunto alla guerra attuale.

Fortunatamente, nelle ultime settimane numerosi governi, in particolar modo la neonata amministrazione Trump, subentrata di fatto a conflitto già in corso, sì sono impegnati a giungere ad un accordo che prevede il cessate il fuoco delle ostilità, il rilascio degli ostaggi presi da Hamas e la liberazione dei prigionieri palestinesi, nonostante non sia stato il primo accordo tentato, il coinvolgimento pesante degli USA e di altri governi arabi mira ad indicare che questo cessate il fuoco potrebbe essere più duraturo. Ciò è dimostrato anche dalla redazione di piani per la ricostruzione della Striscia di Gaza, anche se, tuttavia, è ancora ambigua la posizione della Cisgiordania all’interno di questi accordi, nonché anche il fatto che, nonostante le truppe israeliane si stiano ritirando, le violenze non sono ancora completamente cessate. Anche questo argomento, però, è stato chiarificato da J.D. Vance, vicepresidente degli USA, il quale ha affermato che queste violenze non sono sinonimo della fine della tregua e che i media sono “eccessivamente pessimisti”, mostrando quindi una grande fiducia in questo ambizioso progetto di cessate il fuoco.

Giacomo Paragliola, 3AC

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *