Ciao, sono Tecla Peracchi e frequento la classe 1 DL. Sono una ragazza solare appassionata di lettura.

Ho deciso di partecipare all’attività del giornalino, per dare voce ad alcuni pensieri che mi diverto a riportare nei miei  racconti,  di cui vi propongo il primo capitolo del  romanzo “ Eyes of ice”.

 JAKE

 Londra,  Dicembre 2003

Fà freddissimo, lo percepisco  nelle ossa nonostante sciarpa, guanti, cappello e giubbotto. I fiocchi scendono a dirotto e si posano leggeri sulla prima superficie che incontrano, senza prestarci troppa attenzione.

Cammino il più velocemente possibile per evitare l’ipotermia in mezzo alla strada, mentre provo a riscaldarmi le mani con il fiato caldo che mi resta: il freddo ha congelato anche quello.

Mi sto dirigendo al bar per prendere una cioccolata calda. Appena varco la soglia della porta, un tepore e un odore di legna bruciata mi invadono le narici. Mi accomodo al bancone ordinando la mia bevanda.

Ho con me il mio taccuino, sul quale scrivo i miei pensieri. É il mio migliore amico, perché è l’ unico che mi ascolta senza rispondere o senza farmi passare per quello strambo della città.

Gli confido tutto quello che mi passa per la testa: spesso sono pensieri strani, ma talvolta anche molto intelligenti, come ad esempio riflessioni matematiche oppure domande di fisica alle quali nemmeno i prof sanno rispondere.

Gli confido anche tutte le attività che svolgo durante la giornata, cosa mi è piaciuto fare di più in tutta la settimana ed il  rapporto che ho con i miei.

Ricordo la prima volta in cui ho visto questo quadernetto marroncino con un elastico azzurro: era un Martedì, e mia zia me lo fece trovare sul letto. Era perfetto, un oggetto semplice, ma perfetto nella sua semplicità. Dentro c’ era una lettera con un cuore rosso disegnato sopra. La aprii, curioso di conoscere il mittente. Era zia Terry! 

Ero felicissimo che si fosse ricordata del mio compleanno, anche se, pensandoci meglio, il mio compleanno era a maggio e, in quel periodo, era novembre: come mai tutto quell’ anticipo? 

Non mi importava, nulla poteva togliermi quel sorrisone che mi si era palesato in volto.

O forse non proprio nulla, quando,procedendo con la lettura, lessi il vero motivo di quell’ anticipo.

Ciao mio piccolo Jake, è la tua zietta.

Purtroppo il tuo decimo compleanno non lo potremo trascorrere assieme come abbiamo sempre fatto. Non canteremo più assieme al karaoke, non taglieremo più la torta insieme, tantomeno scarteremo i regali insieme. Per questo motivo ho deciso di fartene uno in anticipo, così da assicurartelo per un’ultima volta, come se fossi lì con te. Non ho avuto tempo di impacchettarlo, poichè ho dedicato il poco tempo che mi restava a scrivere questa lettera per te. 

Ricordati che da qui su io ti vedo, e per sempre veglierò su di te.

Riempi questo diario con tutti i tuoi pensieri.

Buona vita, nipotino mio. Ti voglio bene.                                                                                  Aunt Terry

Mi manca. Non lo posso negare. Faccio ancora fatica ad abituarmi a non vederla tutte le mattine prima di andare a scuola, oppure a non  festeggiare con lei il mio compleanno. Questo diario per me è importantissimo e mi accompagna ovunque. Per non esaurire le pagine, ne attacco di nuove con lo scotch.

É arrivata la mia cioccolata con doppia panna e spolverata di cannella. Appena appoggio sulle labbra la prima cucchiaiata, mi si apre un mondo: mi ricorda quando, da bambino, venivo qui a fare merenda con zia, mentre leggeva la mia fiaba preferita: La Bella e la Bestia.

I pensieri mi avvolgono e mi riportano all’infanzia, quando la mia attenzione viene rubata da un profumo di vaniglia e pera. Apro gli occhi e mi ritrovo di fronte una ragazza bassina, circa un metro e cinquanta, con i capelli mori, ricci e con due occhioni azzurri come l’oceano. 

Anche lei ha un diario con sé, è simile al mio, solo che l’ elastico è rosa.

Sta ordinando un cappuccino con dei biscotti.

La osservo come un artista osserva un capolavoro. È bellissima.

Osservando più attentamente, noto un particolare sull’ uniforme che indossa: lo stemma della mia scuola.

Forse dimenticavo di dirvi che frequento il liceo “Southbank International School” di Londra. Fantastico! La ragazza dagli occhi di ghiaccio frequenta la mia stessa scuola!! È un ottimo inizio.

Si è accorta che la sto fissando come un maniaco pazzo, o meglio, come un bambino osserva le stelle: incantato.

Quindi distolgo lo sguardo, ma noto il sorrisetto che le si palesa sul viso e le gote rosate come fiori di ciliegio.

Si accomoda a un tavolo nell’angolo del bar e inizia a sorseggiare il suo cappuccino, mentre fa scorrere la penna sulle pagine del diario.

Non posso girarmi per guardarla, altrimenti mi noterebbe nuovamente, così la osservo attraverso il riflesso di un vaso placcato d’argento.

È bella persino mentre è concentrata a scrivere il suo racconto.

Mi alzo e mi dirigo verso di lei. Le gambe si muovono da sole. Prendo posto a sedere. Lei alza la testa e mi osserva. Non so cosa dire o cosa fare. La fisso negli occhi, e così vicino ho una visuale più dettagliata: sembra di essere nel bel mezzo dell’ oceano.

“Ciao?”

Mi saluta con aria interrogativa.

Mi riprendo e ricambio il saluto, cercando un argomento per rompere il ghiaccio.

“Ho notato che possediamo lo stesso diario. e che andiamo anche nella stessa scuola”.

“Sì, hai ragione” Risponde lei, dopodiché riprende a scrivere.

Improvviso : “Come ti chiami?” 

“Mi chiamo Alaska, ma ora devo andare”, risponde lei in modo abbastanza distaccato, alzandosi dalla sedia e dirigendosi verso l’uscita.

Resto incantato a guardarla fino all’ultimo, poi svolta a destra, scomparendo dietro ad una parete.

Ritorno al bancone dove sedevo prima. Ormai la cioccolata è più fredda dell’aria che tira lungo le strade. Ma non importa. 

“Scusi. Credo che si sia dimenticato questo al tavolo laggiù in fondo”, 

Mi dice il barista porgendomi il diario di Alaska aggiungendo un sorriso per concludere. 

Ringrazio e ricambio il sorriso.

Penso che il destino mi vuole bene. Quando la rivedrò avrò un motivo valido per sedermi al suo tavolo.

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