Era la notte del 22 novembre e non riuscii a chiudere occhio. Giravo e rigiravo nel letto, tormentato da un pensiero fisso che mi divorava dall’interno.
La sera prima, durante il telegiornale, avevo ascoltato una notizia che mi aveva gelato il sangue: un uomo sulla cinquantina aveva commesso un brutale omicidio proprio nel mio paese.
Ma ciò che mi inquietava davvero era il luogo in cui tutto questo era accaduto. La tragedia si era consumata nella casa abbandonata in fondo a via Cerro, una dimora che da anni incuteva timore e curiosità a chiunque vi passasse accanto.
Se la memoria non mi inganna, il numero civico dovrebbe essere il 47, anche se nessuno l’ha mai più davvero considerato un luogo civile.
Quella casa la si riconosceva subito: spiccava per quel suo odioso colore verde acido, un colore che sembrava quasi urlare, disturbante, fuori luogo tra le tinte spente e pacate delle altre abitazioni.
Non era la prima volta che quella maledetta casa finiva sotto i riflettori dei media.
Qualche anno prima, sempre lì, si era tenuto un oscuro raduno di membri legati a un’organizzazione mafiosa capeggiata da un certo Massimo Rossino.
Ricordo che all’epoca si parlava di traffici illeciti, affari sporchi, forse addirittura di un deposito di armi o di denaro.
Nessuno ha mai confermato nulla, ma la gente del posto ha sempre saputo, o almeno intuito, che quel luogo nascondeva qualcosa di marcio.
Ora, a distanza di anni, quella casa tornava a far parlare di sé.
E questa volta non si trattava solo di sospetti o voci di paese, ma di sangue versato.
La notte seguente la città sprofondò nel caos.
D’improvviso, si udirono spari echeggiare tra le strade deserte, rombanti e improvvisi come tuoni in un cielo senza pioggia.
Nessuno sapeva con esattezza da dove provenissero, ma una cosa era certa: erano ovunque.
Le raffiche sembravano rincorrersi per i vicoli, rimbalzare tra le facciate dei palazzi e risuonare fin dentro le nostre ossa.
Eravamo terrorizzati, agghiacciati, immobili sotto le coperte, trattenendo il fiato, come se anche solo un sussurro potesse attirare quel male che scorreva tra le vie.
Alcuni presero il telefono con mani tremanti e chiamarono i soccorsi, ma i soccorsi erano già là fuori, cercando di capire cosa stesse succedendo, tentando di salvarsi la pelle mentre provavano a riportare l’ordine.
Altri invece si rivolsero alle loro divinità, sussurrando preghiere nel buio, come se le parole potessero fermare il piombo.
Ma quelle preghiere rimasero inascoltate.
I colpi non cessarono fino alle 3 e 23 del mattino.
Tre ore di inferno. Tre ore in cui il nostro paese sembrò sprofondare in una guerra invisibile.
Il sindaco Napoleano era in preda al panico. Convocato in fretta e furia, ipotizzò subito un regolamento di conti tra gang rivali.
E, a quanto pare, aveva visto giusto.
Dopo la misteriosa morte di Massimo Rossino, il vecchio capo dell’organizzazione criminale che per anni aveva dominato il nostro territorio, la sua rete di potere si era disgregata.
Come spesso accade, il vuoto lasciato dal comando attirò l’ambizione e la sete di controllo. L’organizzazione si divise in due fazioni.
Da una parte c’erano quelli fedeli a Fiora, la donna silenziosa ma spietata, che molti consideravano la mente strategica dietro agli affari sporchi di Rossino.
Dall’altra parte c’era Macchione, il suo braccio destro, meno sottile ma altrettanto letale. Due personalità forti, due modi diversi di gestire il potere, e una sola città.
Successivamente ci fu una marcia per la pace in piazza, dove il primo cittadino ci mise la faccia. Chiese un incontro con i due protagonisti mafiosi della vicenda. L’incontro si tenne il giorno 26 novembre.
Tutti speravano e pregavano che tutto andasse per il meglio. L’assemblea durò un’ora e mezza, anche se sembrava fossero passate cinque ore.
Starete pensando che si trovò un accordo, che si pose fine a quella follia.
Beh, non andò affatto così. Ahimè, il mio tempo a disposizione sta finendo.
Vi dirò solo questo: alle ore 15 iniziò, e alle ore 16 e 30 la testa del sindaco Napoleano schizzò fuori dalle porte del comune, rotolando giù per le scale come una palla di carne e sangue.
Il panico si diffuse: veloce, spietato, definitivo.
Vi prometto che vi racconterò anche il seguito, alla prossima.
MAGNANI RICCARDO E ALICE VERGANI