Credo che poche siano le persone che aspirino a diventare impiegato, avvocato o minatore sfruttato, in una vita monotona e straziante come alcuni personaggi delle novelle pirandelliane. Eppure, centinaia di professioni sono occupate da persone che si sono ritrovate a svolgere lavori che non le rappresentano e spesso non per volontà propria, risultando invece molto appassionate ad altri ambiti, nei quali si sono specializzate, ma senza intraprendere una carriera e trarne successo. Mi viene in mente il noto scrittore e drammaturgo novecentesco, metà italiano e metà tedesco, Italo Svevo. Egli rappresenta perfettamente la convivenza, in una stessa persona, dell’artista ispirato come un qualunque dipendente di banca costretto dal padre a lavorare. Difatti, Svevo non amava gestire operazioni finanziarie come conti, prestiti o investimenti, piuttosto nutriva una grande passione per le parole. Trascorse diciotto anni della sua misera vita ad esercitare una mansione che lo ripugnava tuttavia cercò di alleviare questa sofferenza con la scrittura. Malgrado l’impegno non ottenne successo, almeno per i primi due romanzi, dopo i quali si rassegnò gettando la penna. Decise dunque di cambiare professione, consapevole che anche il commerciante di vernici non fosse il suo sogno.
Come ogni artista fu creativo, di buon gusto, talvolta bizzarro nei suoi comportamenti, ma senza motivazione e dedizione anche questo tipo di persona diventa piatta e succube di una vita che probabilmente accomuna molte persone, intrappolate in una routine indesiderata con un lavoro altrettanto sgradevole. Questa è una delle sventure umane più grandi, specialmente quando la vita che si conduce non è una conseguenza delle proprie scelte.
Si può, però, tentare di uscire da situazioni siffatte, anche se ciò implica un rischio. Distaccarsi dalla cosiddetta “comfort zone” significa mettersi in discussione e prendere delle decisioni che non sempre sono quelle giuste; questo è quello che spaventa la maggior parte delle persone . Ci vuole volontà che spesso viene influenzata dal carattere inetto di quelle persone che non hanno le capacità, ma soprattutto il coraggio, di cambiare la situazione di malcontento nella quale riversano. Svevo, probabilmente per paura di non riuscire ad ottenere successo con i suoi romanzi, smise di scrivere. Oggi, però, potremmo dire che i suoi primordiali scritti siano diventati vere e proprie opere letterarie.
Penso che il segreto stia nel trovare la motivazione e la speranza che anche lo scrittore conquista durante uno dei suoi viaggi da commerciante grazie ad un importante letterato irlandese dell’epoca, James Joyce. Quest’ultimo lo rincuorò del fatto che il problema non era lui, bensì gli italiani del tempo in quanto non all’altezza dei romanzi di quella portata, consigliandogli di diffondere i suoi scritti al di fuori del “bel paese”, ancora troppo acerbo e immaturo per apprezzarlo appieno. Probabilmente dovremmo ringraziare Joyce se “La coscienza di Zeno” è uno dei libri più conosciuti al mondo.
La fama ottenuta è figlia di un “non so”, scaturito dall’insuccesso delle prime opere che causarono nello scrittore insicurezza, assenza motivazionale e infine rassegnazione. Ascoltando il consiglio del collega realizzò il suo sogno, seppur con timore.
Le scelte di ogni giorno possono condurci a provare angoscia e paura, ma non è pensabile una vita priva di decisioni. Meglio scegliere di rischiare per qualcosa di ignoto, ma magari migliore, piuttosto che vivere con il rimpianto di aver optato per un’esistenza sicura, ma all’insegna di insoddisfazioni.
Probabilmente parlo dal punto di vista di una diciottenne ancora speranzosa in una vita che è solo al principio e forse mi accorgerò che, talvolta, non tutto si può risolvere solamente con la volontà. Per quel poco che posso saperne, però, voglio ricordare alle persone che leggeranno questo articolo di non accontentarsi mai, ma di trovare sempre quella passione che ci permetta di vivere e non di sopravvivere.