Siamo onesti: chi non ha il terrore irrazionale di qualcosa? Avere paura è assolutamente umano e naturale e, a volte, persino utile. Per le neuroscienze, è un’emozione legata a un insieme di comportamenti messi in atto per garantire la sopravvivenza, ma se parliamo di fobie, parliamo di quelle paure intense e così esageratamente stupide da mandare la ragione in vacanza: sono paure che, una volta che ti afferrano, sono praticamente impossibili da controllare.
Prendete le fobie classiche: se siete claustrofobici, farete i salti mortali per evitare quel micro-ascensore presente in due casi su quattro a casa dei vostri nonni. Se invece siete terrorizzati dall’altezza, non proverete a fare i fighi sul balcone del quinto piano, perché persino l’idea di affacciarsi è un incubo. La nota positiva di queste paure è che, per quanto possano sembrare eccessive a chi non le sperimenta, sono comunque abbastanza comuni e condivise. Quindi, se le vivete, potete almeno trovare qualcuno che vi capisca, vi offra empatia e, magari, un po’ di sostegno morale.
Ma poi arrivano loro: le fobie di serie B, quelle che sono molto più difficili da raccontare perché la reazione standard che suscitano è una risata, eh già. Immaginate la scena: ci sono persone come il fumettista Gary Larson che letteralmente vanno in panico di fronte a un’innocua papera. L’anatidaefobia, questo il nome, è nata nella sua striscia comica «The Far Side», accompagnata dal disegno di un uomo che lavorava nel suo ufficio, mentre un’anatra lo osservava da una di un palazzo vicino.
Sono fobie così strane e insolite che a sentirle sembrano più che altro delle battute mal riuscite. Come la Hippopotomonstrosesquipedaliofobia, la paura delle parole lunghe e complesse. Non è chiaro se qualcuno ne soffra, è certo che il nome scelto per descriverla sembra prendersi gioco di un ipotetico malato, perché in realtà sarebbe bastato chiamarla sequipedaliofobia, senza aggiungere ippopotami mostruosi. E che dire della cacofobia? Dal greco kakós (brutto) e phóbos (paura), provoca la persistente paura di persone, oggetti o situazioni percepiti come esteticamente sgradevoli. Non si tratta semplicemente di preferire il bello o di avere opinioni estetiche marcate, e quindi «eww, levati che non ti posso vedere!», ma di provare un vero e proprio disagio che può sfociare in reazioni fisiche e psicologiche come ansia, sudorazione, tachicardia e un forte impulso di fuga. C’è poi chi ha paura dei colori, la cromatofobia, e preferirebbe mille volte vivere in bianco e nero (che tecnicamente sarebbero lo stesso dei colori, ma fa niente), e chi teme i numeri, soprattutto quelli specifici come il 13, il 17 o il 666, legati alla sfortuna o alle tradizioni religiose. C’è anche chi li odia proprio tutti, senza distinzioni: un vero problema, perché i numeri sono dappertutto, e non solo sui libri: la sequenza di Fibonacci, creata sommando i due numeri precedenti, è presente nelle piante, nei fiori, negli animali, persino nel nostro corpo e nello spazio. Insomma, per i numerofobici dev’essere un vero inferno dappertutto, figuratevi al Grassi! Infine, c’è la mia più grande paura: la cronofobia. La parola deriva chiaramente dal greco (χρόνος, φόβος) ed è la paura del tempo. E no, se qualcuno mi chiede «Che ore sono?», io non urlo e scappo via. La cronofobia è più un concetto metaforico come l’infinità che esso ci impone sin dalla nostra nascita a una fine non assicurata. Non è una fobia tanto allettante perché può causare crisi esistenziali e attacchi d’ansia (per la cronaca, io non ne soffro così profondamente).
Certamente ci sarebbero molte altre fobie strane, però adesso io ho una domanda più importante per voi: avete mai avuto o avete tuttora una paura di serie B?
Artemisia F. G. Salvini IBC