‘’Cosa spinge una persona ad essere cattiva?’’

La domanda essenziale della collettività di fronte ai crudeli crimini seriali è stata oggetto dell’indagine di numerosi studiosi, tra cui insegnanti universitari, come nel nostro caso Philip Zimbardo.

Nato negli anni ’30 a New York, si laurea al Brooklyn College nel 1954 e ottiene il dottorato a Yale nel 1959. Per un breve periodo di tempo svolge l’impiego di professore a Yale e, successivamente, si trasferisce alla New York City college, per poi entrare a far parte della Stanford University nel ‘68.

Il 14 agosto del 1971 prende avvio il cosiddetto ‘’Esperimento carcerario di Stanford’’, che si concluderà il 20 agosto.

Il professore reclutò i partecipanti attraverso un annuncio sul giornale che prometteva una somma di denaro (15 dollari al giorno durante le due settimane in cui si svolgerà l’esperimento). Zimbardo seleziona 24 studenti universitari basandosi su un criterio specifico: il carattere doveva essere mite, pacato, senza alcuna inclinazione alla violenza e sicuramente senza precedenti penali.

Tale processo viene realizzato nel seminterrato dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto, dove fu riprodotto l’ambiente di un carcere. I soggetti dell’esperimento vennero divisi in 2 gruppi, le guardie, i carcerati, e il sovrintendente- ruolo svolto da Philip Zimbardo stesso-. I prigionieri dovevano indossare le rispettive divise e sottostare alle regole, mentre le guardie avevano il compito di mantenere l’ordine a una condizione: non potevano utilizzare la violenza fisica. Tra l’altro, esse erano provviste di fischietto, manganello, manette, in modo da ricreare un ambiente realistico. Un aspetto curioso riguarda gli occhiali da sole riflettenti che i guardiani dovevano indossare e che impedivano ai carcerati di guardarli negli occhi, perdendo qualsiasi tipo di connessione umana. Inoltre, li vennero attribuiti dei codici, privandoli dei propri nomi e della loro umanità.

Durante la prima settimana avvennero numerosi atti di violenza perlopiù psicologica, che consistevano in umiliazioni, manipolazione e tentativi delle guardie di spezzare i legami di unione e solidarietà tra prigionieri, in modo tale da avere il controllo. Ciò fu reso possibile attribuendo ad esempio privilegi a vari gruppi di carcerati, causando sfiducia e isolamento.

L’esperimento venne concluso prima del termine prestabilito, dal momento che numerosi studenti pregarono disperatamente il professore di liberarli, e successivamente una collega di Zimbardo, venendo ad analizzare il processo, preoccupata fece notare al professore della gravità della situazione –lo studioso realizzò solo allora che lui stesso aveva perso la concezione della realtà-.

I risultati si dimostrarono drammatici. Durante i primi due giorni i detenuti si strapparono le divise di dosso, si chiusero all’interno delle celle avviando una rivolta, atto al quale le guardie reagirono con intimidazioni e umiliazioni tra cui pulire latrine a mani nude, cantare canzoni oscene e defecare in sacchetti senza il permesso di svuotarli. Al quinto giorno i prigionieri dimostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva; assunsero un atteggiamento docile e passivo, soffrivano di seri disturbi emotivi.

La prigione finta divenne una dura realtà nelle menti dei soggetti.

Assumere un ruolo di autorità in un ambiente ostile induce alla ridefinizione della situazione, ovvero alla perdita di responsabilità personale, la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni che indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, paura, vergogna, così come inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. Implica una diminuita consapevolezza di sé e un’aumentata sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo, perciò l’individuo pensa che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

Con il termine “Effetto Lucifero’’ si indica il processo per cui l’aggressività è influenzata fortemente dal contesto in cui si trova l’individuo.

Questo esperimento dimostra l’importanza dell’ambiente di appartenenza che ha il potere di condizionare la condotta individuale, ridefinendo la propria importanza ,che fino a quel momento era attribuita quasi esclusivamente a fattori interni all’individuo.

La domanda che mi pongo è “Serial killer si nasce o si diventa?’’
Aurora Timiș, classe 3CE

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