“Sei adulto ora, sei responsabile, da adesso potrai votare.”

Questa è una frase ricorrente tra i giovani ragazzi, che da “bambini” si ritrovano ad essere tutto d’un tratto “adulti” allo scoccare della mezzanotte del loro compleanno. 

Migliaia di ragazzi ogni anno compiono diciotto anni e ottengono il diritto di voto. È un passaggio simbolico, quasi solenne: da quel momento in poi si è cittadini a pieno titolo. Eppure, per molti, questo momento è accompagnato da un dubbio silenzioso e molto spesso socialmente ignorato: cosa significa davvero votare? E su quali basi si dovrebbe scegliere?

Un primo approccio in merito all’argomento dovrebbe avvenire a scuola. Ed è vero che la scuola affronta il tema della politica, ma spesso facendolo in modo superficiale o sporadico, senza riuscire a colmare a pieno i dubbi dei giovani. Si studiano le istituzioni, si ripetono articoli della Costituzione magari, si parla di democrazia in termini teorici… Tuttavia, raramente si entra nel merito di come funziona concretamente il sistema politico, di come leggere un programma elettorale o di come distinguere un’informazione attendibile da una manipolatoria e fittizia. 

Il timore radicato nei professori è quello di “influenzare” i propri studenti, e questo  spesso porta a evitarne l’approfondimento. La neutralità diventa distanza, e questa distanza diventa mancanza di strumenti. Così si arriva alla maggiore età con conoscenze frammentarie, senza una reale comprensione del perché si vota, di cosa si sta scegliendo o di quali conseguenze abbiano determinate decisioni politiche.

Il risultato è evidente. Alcuni votano seguendo l’ambiente familiare o ciò che circola sui social. Altri scelgono in modo superficiale, basandosi su slogan. Molti, invece, rinunciano del tutto. 

Ma l’astensione giovanile non è solo disinteresse, molto spesso è anche insicurezza, mancanza di preparazione, senso di inadeguatezza di fronte a un sistema complesso mai davvero spiegato e approfondito. 

È inoltre necessario ricordare che la disinformazione non consiste soltanto nel credere alle notizie false. Consiste anche nel non possedere gli strumenti per orientarsi. Senza un’educazione politica solida, i giovani sono più esposti a narrazioni semplicistiche, promesse irrealistiche e comunicazioni aggressive. In questo contesto la partecipazione democratica si indebolisce e si arriva a demonizzarla. 

Ed è per questo che la scuola non dovrebbe indicare cosa votare, bensì dovrebbe insegnare come scegliere. C’è una differenza sostanziale tra fare propaganda e fornire strumenti critici. Approfondire il funzionamento delle istituzioni, spiegare le differenze tra livelli di governo, analizzare in modo comparativo le principali idee politiche, insegnare a verificare le fonti: tutto questo rientra nell’educazione civica, non nell’indottrinamento.

A tutte queste falle nel sistema scolastico si possono adottare svariate soluzioni concrete e realizzabili, come ad esempio rendere l’educazione civica continuativa e non occasionale; organizzare simulazioni di voto per comprendere il processo decisionale; proporre dibattiti regolamentati per esercitare il confronto; invitare esperti di diritto e comunicazione per chiarire i meccanismi della politica e dell’informazione.

La maturità civica non nasce automaticamente con il compimento dei diciotto anni. È il risultato di un percorso. Se questo percorso è incompleto, allora non vi è da sorprendersi se molti giovani si sentano distanti dalla politica o scelgano di non partecipare.

In una democrazia  il voto è uno strumento fondamentale. Ma uno strumento, per essere efficace, deve essere compreso. Se si vuole contrastare l’astensione e rafforzare la partecipazione  è necessario partire dalla formazione. Non per orientare le scelte, ma per renderle più consapevoli. 

~Abdullaev Sofia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *