Lo scorso 30 ottobre, l’aula del Senato ha approvato, con 112 voti favorevoli, 59 contrari e 6 astensioni, il testo di riforma costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale della Repubblica, portando in tal modo a termine l’iter parlamentare di approvazione della riforma della Giustizia, avviato alla Camera il 16 gennaio 2025, con la prima approvazione del disegno di legge.

Come sancito dall’art. 138 Cost. “le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione”. Di conseguenza, il testo della riforma costituzionale è stato contestualmente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica. Tuttavia, lo stesso art. 138 Cost. consente che una legge costituzionale o di revisione costituzionale sia sottoposta a referendum popolare qualora non venga approvata, in seconda votazione, con una maggioranza qualificata non inferiore ai due terzi (in questo caso, pari a 137 voti per il Senato).

Similmente ai referendum abrogativi, la consultazione popolare può essere richiesta entro tre mesi da un quinto dei membri di una Camera (80 deputati oppure 41 senatori), 500.000 elettori oppure cinque consigli regionali.

Nei giorni immediatamente successivi all’approvazione del 30 ottobre, la stessa maggioranza si è attivata per la raccolta firme tra i parlamentari: la decisione di procedere in tal senso, per quanto apparentemente controintuitiva (se non si presentasse alcuna richiesta di referendum, infatti, la legge costituzionale entrerebbe in vigore dopo tre mesi dalla pubblicazione) è stata attuata con la convinzione di un esito favorevole alle urne, con l’intenzione di aumentare ulteriormente la legittimazione della riforma a firma Nordio.

Il 18 novembre, l’Ufficio Centrale presso la Corte Suprema di Cassazione ha ammesso le richieste di referendum presentate da un congruo numero di parlamentari, invitando il Governo a determinare entro due mesi la data della consultazione popolare, da svolgersi in una domenica (e facoltativamente in un lunedì) compresa tra il 50° ed il 70° giorno dalla data di pubblicazione del decreto. Nella seduta pomeridiana del 12 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha calendarizzato nelle giornate di domenica 22 (dalle 7:00 alle 23:00) e lunedì 23 Marzo 2026 (dalle 7:00 alle 15:00) il referendum costituzionale. L’indomani, 13 gennaio, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il relativo decreto.

Come da prassi, la Direzione Centrale per i Servizi Elettorali del Ministero dell’Interno ha contestualmente diramato alle Prefetture l’apposita circolare ministeriale: tutti i Comuni dovranno provvedere alla revisione dinamica straordinaria delle liste elettorali da ora e sino al 7 Marzo e ad affiggere in data 5 Febbraio all’Albo Pretorio il manifesto di convocazione dei Comizi, ove è riportato per esteso il quesito referendario.

Inoltre, i Sindaci dovranno provvedere a verificare l’integrità ed il buon funzionamento del materiale elettorale (cabine e urne), mentre la Commissione Elettorale comunale nominerà gli scrutatori tra il 25° ed il 20° giorno antecedente le consultazioni. I Presidenti degli Uffici Elettorali sono nominati dal Presidente della Corte d’Appello entro il 30° giorno antecedente. È possibile presentare domanda di iscrizione all’Albo di scrutatori e presidenti secondo le disposizioni del Comune di residenza: per lo svolgimento di tali funzioni è richiesto il possesso di un titolo di studio non inferiore rispettivamente al diploma conclusivo del primo (licenza media) e del secondo ciclo di istruzione (diploma di scuola superiore).

Al seggio, l’elettore potrà esprimersi a favore o contro l’approvazione della riforma della Giustizia, la quale si articola principalmente in tre snodi fondamentali: in primo luogo, si propone l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura, rispettivamente, Giudicante e Requirente. In tal modo, secondo i promotori della riforma costituzionale, si renderebbe materialmente impossibile per un magistrato il passaggio da giudice a pubblico ministero (accusa) e viceversa: si precisa, al riguardo, come tale possibilità sia attualmente limitata ad una sola per carriera (a partire dalla riforma Cartabia del 2022) e che solamente un magistrato ogni duecento (0,5%, fonte: “Il Sole 24 ORE” del 14/11/2025) chiede il cambio di funzioni.

Di conseguenza, l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura verrebbe “smembrato” in due sottounità, ciascuna presieduta dal Capo dello Stato, come attualmente avviene per il CSM.

Inoltre, la competenza sui provvedimenti disciplinari dei magistrati non sarà mantenuta in capo ai due Consigli che si formerebbero in caso di approvazione, ma affidata ad un terzo organo che si andrebbe a costituire, l’Alta Corte Disciplinare, che assumerebbe a tutti gli effetti un rango costituzionale e assorbirebbe le funzioni ora attribuite al CSM per i giudizi di primo grado ed alle Sezioni Unite civili della Cassazione per l’impugnazione: ne consegue che sentenze di primo grado e di appello saranno pronunciate dallo stesso organo, ma comunque da un collegio di giudici composto differentemente. Ai CSM rimarrebbe, dunque, la sola valutazione delle promozioni.

In terzo luogo, si introduce il meccanismo del sorteggio in sostituzione all’elezione, al fine di rendere gli organi decisionali della Magistratura apolitici, o almeno per quanto riguarda la componente togata degli stessi.

L’Alta Corte, istituita con modifica all’art. 105 Cost., annovererebbe infatti tra i suoi componenti 15 membri, di cui sei laici (esterni alla Magistratura: giuristi, avvocati con almeno 20 anni di esercizio, professori ordinari) e nove togati: rispetto all’attuale sezione disciplinare del CSM, che si compone di quattro membri togati (uno di Cassazione, due di merito e un pubblico ministero) e due laici, verrebbe meno il precedente rapporto di 1/3 a 2/3, sostituito da un 2/5 a 3/5. In sintesi, un laico in più e un togato in meno. I membri laici dell’Alta Corte sarebbero così nominati: tre espressi dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco predisposto dal Parlamento. Il Presidente non sarà il Capo dello Stato, come per i CSM, bensì un laico eletto dai membri dell’Alta Corte.

A livello politico, la riforma, promossa dal Governo Meloni e fortemente voluta da Silvio Berlusconi e Forza Italia, si è presentata sin da subito come oggetto di scontro tra i gruppi parlamentari di maggioranza, favorevoli alla separazione delle carriere ed all’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, e di opposizione, fermamente contrari alla revisione costituzionale.

Il Guardasigilli Carlo Nordio, in occasione della presentazione del disegno di legge al Parlamento, ha più volte ribadito la necessità avvertita dall’Esecutivo di rendere materialmente impossibile il passaggio dalla carriera giudicante a quella requirente e viceversa (separando le carriere) ed introdurre il meccanismo del sorteggio, al fine di rendere apolitica la Magistratura e separando in due unità distinte il CSM, con l’aggiunta dell’Alta Corte Disciplinare. Nonostante la fermezza con la quale il Ministro della Giustizia abbia difeso e stia tuttora difendendo la propria tesi, le opposizioni hanno sottolineato il cambiamento radicale delle posizioni assunte da Nordio nel corso degli ultimi decenni, dal momento che il 3 Maggio 1994, in veste di magistrato presso la Procura del Tribunale di Venezia, aveva sottoscritto l’adesione all’appello dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) contro la separazione delle carriere.

Se da un lato appare indiscusso il sostegno alla riforma da parte di Forza Italia, Lega, Noi Moderati e Fratelli d’Italia, con la premier Giorgia Meloni che la definisce “un passo necessario per rendere più efficiente e trasparente il sistema giudiziario”, altrettanto chiara è la netta contrarietà dei vertici del Partito Democratico, all’interno del quale si conta, tuttavia, qualche voce discordante concorde con i contenuti della revisione costituzionale.

Dalla segreteria del PD, Elly Schlein ha dichiarato che la riforma non contribuirà a migliorare l’efficienza della Giustizia, ribadendo come lo stesso Ministro Nordio abbia confermato come il fine della revisione costituzionale non sia quello di accelerare lo svolgimento dei procedimenti. Inoltre, Schlein sottolinea come la riforma sia in realtà carica di significato politico: Carlo Nordio ha infatti esplicitato come essa “potrebbe risultare utile anche alle opposizioni quando torneranno al Governo”, dimostrando la necessità di tale revisione costituzionale per l’esecutivo, anziché per i cittadini.

Sempre dalle opposizioni, Giuseppe Conte ed il Movimento 5 Stelle si schierano contro la riforma, sostenendo come l’eventuale approvazione equivarrebbe alla rinuncia del principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, mettendo a repentaglio la stabilità degli equilibri costituzionali. Sostanzialmente simile risulta la posizione di Bonelli e Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, secondo i quali si prospetta il serio rischio di una deriva autoritaria che minerebbe irrimediabilmente l’ordine democratico.

Dal centro, Carlo Calenda, leader di Azione, si schiera a favore della riforma, pur non sostenendo il Governo Meloni in Parlamento, ma condividendone le posizioni relativamente alla riforma della Magistratura, sostenendo come il partito stia da tempo spingendo per una modernizzazione del sistema giudiziario italiano.

Dalla maggioranza, Maurizio Lupi (Noi Moderati) evidenzia come la revisione costituzionale avvicini i cittadini ad una Giustizia equa e trasparente, respingendo le accuse delle opposizioni di indebolire l’autonomia della Magistratura. Sebbene tradizionalmente non rientri tra i cavalli di battaglia della Lega, Matteo Salvini definisce la riforma una “possibilità storica”, in grado di offrire “strumenti di controllo più chiari sull’assetto costituzionale della Magistratura”

Il Ministro degli Esteri, nonché leader di Forza Italia, Antonio Tajani, raccogliendo l’eredità politica di Silvio Berlusconi, ritiene la separazione delle carriere “coerente con l’evoluzione delle democrazie europee” ed in grado di offrire imparzialità ed efficienza.

Secondo i dati raccolti dall’istituto di rilevazione Demopolis, ad inizio Febbraio, su un campione di duemila intervistati, il 39% si dichiara favorevole alla riforma, il 36% contrario ed il 25% tuttora indeciso. Di conseguenza, considerando esclusivamente i voti validi, si attende un 53% di preferenze favorevoli ed un 47% contrarie. L’affluenza è stimata attorno al 48%, ma non essendo previsto alcun quorum di validità, il risultato che emergerà dalle urne al termine dello scrutinio sarà determinante, indipendentemente dall’ammontare della partecipazione complessiva alla consultazione.

Come precedentemente introdotto, gli aventi diritto al voto potranno recarsi alle urne nella propria sezione dalle 7 alle 23 di domenica 22 Marzo e dalle 7 alle 15 di lunedì 23 Marzo, portando con sé la Tessera Elettorale ed un documento di riconoscimento (carta d’identità, patente o passaporto) munito di fotografia, anche scaduto, purché sotto ogni altro aspetto regolare e che consenta la corretta identificazione dell’elettore. In caso di esaurimento dei 18 spazi disponibili sulla Tessera Elettorale o di smarrimento della stessa, sarà possibile ottenere il rilascio del duplicato presso l’Ufficio Elettorale del proprio Comune di residenza o domicilio, solitamente accorpato all’Ufficio Anagrafe e Stato Civile – Servizi Demografici.

Christian Monti, 5^BE

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