Come si “accende” la creatività? Non esiste una tecnica universale, chiaramente, ma per alcuni la chiave d’accesso è stata il sonno. Immaginate questa scena: Salvador Dalì è seduto sulla sua poltrona, con in mano un cucchiaio e sotto un piatto di metallo. Chiude gli occhi, respira e scivola tra le braccia di Morfeo. Dopo alcuni minuti, il cucchiaio gli scivola di mano e cade sul piatto: il clangore lo sveglia di colpo. Immediatamente lucido, afferra il taccuino al suo fianco e scrive ciò che aveva appena sognato. Un gesto che il genio del Surrealismo ripeteva ogni giorno, non per staccare la testa, ma per entrare in una disposizione mentale precisa: lo stato ipnagogico, una fase di transizione tra la veglia e il sonno, un “territorio di mezzo” in cui la coscienza sfuma e si mescolano realtà e sogno. Dopo il risveglio, il pittore spagnolo captava le immagini oniriche e le trasponeva nella sua arte, come raccontano, per esempio, “La persistenza della memoria” e “Sogno causato dal volo di un’ape”.
A confermare questa teoria ci hanno pensato i ricercatori del Paris Brain Institute che, nel 2021, dimostrarono come le persone riportate alla veglia dopo circa quindici secondi di stato ipnagogico avessero un terzo di probabilità in più di scoprire una regola nascosta in un problema matematico.
Quello ipnagogico si potrebbe dunque definire uno stato di grazia, in cui il cervello inizia a generare immagini che, da sveglio, non riuscirebbe a immaginare. In questa fase di consapevolezza della soglia onirica, la logica si spegne e la mente resta accesa, consentendo agli artisti di accedere alla fonte della creatività.
Dalì non era l’unico surrealista a sfruttare i sogni onirici, con un piede nel mondo e l’altro nel sogno: lo facevano anche René Magritte
(con un illusionismo onirico), Max Ernst (con i suoi paesaggi inquietanti) e Joan Miró (con simboli e universi infantili), ma anche Marc Chagall (con colori e voli fantastici) e il Simbolista Odilon Redon (con visioni fantastiche e mitologiche). E un genio come Vincent van Gogh soleva ripetere: “Sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni”.
Il rituale dell’ipnagogia fu adottato anche dall’inventore Thomas Edison (che usava sfere d’acciaio al posto della chiave), con l’obiettivo di acchiappare le intuizioni sul nascere, prima che sfuggissero nei vortici del sonno profondo. Non a caso, Edison sosteneva di dormire pochissimo, limitandosi a frequenti power-naps (micro-pisolini) che gli fornivano spunti per le sue invenzioni.
Molte grandi intuizioni sono nate in sogno: Otto Loewi sognò un esperimento che gli valse il Nobel nel 1936 per la scoperta dei neurotrasmettitori, e Larry Page concepì l’idea alla base di Google durante un sogno vivido, annotando tutto appena sveglio. Alla fine del 2025 il patrimonio del fondatore del colosso informatico di Mountain View era stimato tra i 265 e i 274 miliardi di dollari, facendo di lui il secondo uomo più ricco al mondo. Quando i sogni sono produttivi…
E voi avete mai sperimentato l’ipnagogia?
Artemisia F. G. Salvini 1AC