L’accidia è un concetto molto antico ma, in qualche modo, sempre attuale.

La parola deriva dal greco: ἀκηδία (akēdía), che significa letteralmente “mancanza di cura”. Era un termine spirituale usato dai monaci del deserto e poi adottato dalla religione cristiana come uno dei sette vizi capitali.

Prima di tutto, però, che cos’è l’accidia? Essa è uno stato di grande apatia interiore, quasi una stanchezza dell’anima. In breve l’accidia è la mancanza di interesse e di motivazione verso ogni cosa. Quasi come un rifiuto di qualsiasi tipo di attività, non solo fisica ma soprattutto mentale. Non è pigrizia perché si è stanchi o perché non si ha voglia di fare sport, è il sentirsi vuoti e indifferenti nei confronti del mondo. L’accidia è come un grosso velo che cala sui nostri occhi e ci fa vedere tutto grigio, tutto ricoperto di indifferenza, non si odia nulla, ma allo stesso tempo nemmeno si ama, sta tutto lì: in un limbo.

Per i monaci l’accidia era il “demone di mezzogiorno”, poiché arrivava nelle giornate lunghe in cui la preghiera appariva inutile.

Anche Dante descrive l’accidia: la posiziona nel Purgatorio perchè nasce da un amore debole, non da un vizio. Per Dante, infatti, tutti i peccati derivano dall’amore e l’accidia è amore troppo lento. Il bene esiste e ne si è consapevoli ma non è desiderato abbastanza. Per ripulire la loro anima, gli accidiosi devono correre senza sosta per riparare alla lentezza monotona della vita. “Corriamo al fine di nostra, ché troppo indugio per amor si perde”, gli accidiosi si rimproverano per aver perso tempo a non amare. Insomma è il peccato della nostra anima troppo stanca.

L’accidia è pericolosa perché non fa rumore: non è rabbia spaventosa o gioia che scalda il cuore, non è eccesso e neanche mancanza: è nell’esatto mezzo. Nulla importa, né il bene né il male.

Simone Weil diceva: “Il male immaginario è romantico, il male reale è grigio, monotono e noioso”, penso che sia la perfetta descrizione dell’accidia.

Oggi l’accidia è facilmente mascherabile, alzarsi presto, andare a scuola, pranzare, studiare e dormire. Ma cosa amiamo realmente di questa routine? Ci  piace davvero la vita che conduciamo? O andiamo avanti solo per inerzia? Porsi queste domande è il primo passo per capire cosa vogliamo dalla vita e non far girare tutto attorno ad un unico ciclo di azioni. Bisogna rendere ogni giornata unica e non perchè debba succedere qualcosa di estremamente entusiasmante ma perchè meritiamo di vivere ogni momento pienamente, nel bene e nel male.

Di questi tempi è molto facile cadere nell’accidia e sprofondarci piano piano, lasciando scorrere la vita attorno a noi e guardandola da spettatori. Cerchiamo, dunque, di vivere le nostre giornate prestando attenzione ad ogni particolare, facendo un sorriso in più ai nostri amici, abbracciando i nostri cari, godendoci una bella giornata di sole o al contrario abbandonandoci al dolce suono della pioggia. Insomma, smettendo di sopravvivere e iniziando a vivere.

Sofia Ierardi 1BC

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