La fotografia è nata al fine di riuscire ad immortalare la realtà e presentare il vero, proprio come l’uomo riesce a percepirlo con gli occhi. La fotografia viene considerata “necessaria” dallo scrittore Giovanni Verga, che nel 1881 scrive all’amico, scrittore anch’egli, Luigi Capuana, spiegando quanto la fotografia abbia per lui una funzione integrativa alla scrittura delle sue novelle: è uno strumento utile per cogliere i paesaggi e gli ambienti sociali nei loro tratti più veritieri.

Nella realtà attuale, però, questo suo aspetto si è decisamente istinto. I social network, la digitalizzazione della fotografia, la condivisione quotidiana di un numero esorbitante di immagini, l’omissione di difetti, i sorrisi falsati, le emozioni messe a tacere, i tagli, i filtri, gli effetti… dov’è ora il “vero”?

Verga ricercava nella fotografia qualcosa che potesse essere prova certa e fedele della realtà che avrebbe voluto descrivere; ricercava la verità, in un volto, in un paesaggio, in una strada, sapendo che la fotografia avrebbe potuto coglierla nella sua interezza, “così com’era”, senza dubbi, interpretazioni o menzogne. 

Si può notare come la situazione oggi si sia capovolta. Prima di scattare una fotografia con i nostri cellulari cerchiamo di rendere il più perfetto possibile ciò che vogliamo immortalare, che sia noi stessi o qualsiasi altra cosa: togliamo oggetti che possano essere di troppo, oppure spostiamo quelli che sono storti o fuori posto; ci mettiamo in posa, sistemiamo ogni singolo particolare di noi stessi, senza lasciare nulla al caso. Poi passiamo a curare l’inquadratura: tocchiamo lo schermo per abbassare la luminosità, regoliamo la luce e i contrasti, evitiamo di includere elementi che non ci piacciono, e, forse, finalmente, schiacciamo quel grande tasto bianco. Successivamente, se il risultato ci sembra incompleto o ancora imperfetto, procediamo con le modifiche direttamente sulla foto ormai scattata: i filtri, gli effetti, i controlli sulla nitidezza e la saturazione dei colori… 

Solo se siamo veramente soddisfatti del prodotto finale, scegliamo di pubblicarla . 

Attraverso questo rituale che termina con la condivisione del nostro “lavoro”, l’intento subdolo è quello di dimostrare agli altri che anche il “nostro” mondo è perfetto, tanto quanto il loro, se non di più. La verità, però, è che, nella maggior parte dei casi, questa dimostrazione di perfezione è come se dovesse essere utile in primo luogo alla nostra persona: ormai lo standard è unico e raggiungerlo ci rende soddisfatti e in pace con noi stessi, evitando di farci sentire diversi, strani o fuori luogo. Se ci pensiamo, allora, e facciamo una attenta analisi di tutto quello che ci è presentato su internet e sulle piattaforme digitali, intuiamo che ogni cosa è una visione falsata della realtà; i nostri occhi, però, la colgono come vero, perché incapaci di scindere l’autentico dal fittizio, ed ormai abituati a confonderli. 

D’altro canto, non possiamo però negare il grandissimo contributo della fotografia nella storia. Grazie al giornalismo, ai reportage, alle immagini di denuncia sociale, molte foto sono diventate base della narrazione di alcuni eventi pazzeschi ed altrettanto catastrofici; alcune sono testimonianza di bellezza, altre ,purtroppo, anche di dolori;  molte sono prove di amore concreto e puro, altre di odio, crimini e violenze. Credo che la fotografia sia stata fondamentale per la ricostruzione di alcuni frammenti di storia e che, senza questa, le domande rispetto al passato (ma anche rispetto al presente) sarebbero ancora tante. Ciò che è essenziale è lo “sguardo critico” alle cose che, come in ogni aspetto della vita, non deve mancare neanche di fronte ad una fotografia apparsa nel nostro feed di Instagram o nella nostra pagina dei “per te” di TikTok. Dobbiamo essere in grado di valutare le fonti e la veridicità dei contenuti proposti, con molta cura ed attenzione, non cadendo nelle trappole digitali dell’intelligenza artificiale, la quale, in questo ultimo periodo, sta prendendo il sopravvento. 

Papà mi ha trasmesso la passione per la fotografia. È da quando sono una bambina che, prima con una piccola fotocamera digitale, ed ora con una Nikon manuale del 2015, esploro i posti dove vivo, per cercare qualsiasi cosa che possa richiamarmi all’attenzione per un eventuale scatto. La mia stanza è tappezzata, oltre che da mille canzoni e frasi diverse, anche da mille foto di vari periodi della mia vita, con amici, amori e affetti. Amo fotografare le “cose” quotidiane: oggetti vari accumulati in case vuote, le mani al lavoro in cucina, i passi su un sentiero in montagna. Amo fare foto all’acqua: il mare e le sue onde, la rugiada sulle foglie in primavera, la condensa sul vetro della doccia, i blocchi di partenza di una piscina. Amo portare la macchina fotografica alle feste: cogliere i sorrisi veri nei momenti di euforia mi rende portatrice di momenti che non si ripeteranno e che, piano piano, in futuro, diventeranno ricordi nostalgici che proprio una foto potrà suscitare.

È proprio questo, a parer mio, l’obbiettivo della fotografia: custodire momenti per farli interiorizzare, perle della nostra giovinezza, attimi della nostra vita presente, che sicuramente in un futuro guarderemo con occhi lucidi pieni di malinconia. Al di là della verità che ogni fotografia porta con sé, e che a volte come abbiamo detto, nasconde, l’essenziale è ciò che ognuna ci trasmette ed ogni sensazione che traboccherà dalle nostre menti a riguardo. Non dobbiamo avere paura di ritrarre nei nostri scatti il brutto: le fragilità e le debolezze presenti ci faranno da fortezza e incoraggiamento per il domani.  

                            Irene Bettin, 5Be

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