Tra lunedì 10 e venerdì 21 novembre, a Bélem, in Brasile, si è svolta la trentesima Conferenza delle Parti, il vertice annuale di portata globale che, dal 1994, rende possibile il confronto tra capi di Governo e ministri dell’ambiente relativamente alle problematiche derivanti dal cambiamento climatico.

Tenutasi nel cuore dell’Amazzonia, la COP30 ha visto in primo luogo l’assenza dei maggiori inquinatori del pianeta: nessun rappresentante di Stati Uniti, Cina ed India ha preso parte ai lavori, a cui hanno invece partecipato attivamente 198 Parti, definite quali centri di interesse relativamente alle tematiche ambientali, rappresentate da 197 Stati ai quali si aggiunge l’Unione Europea, rappresentata da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e da Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo. 

A lavori ultimati, è possibile constatare come la trentesima Conferenza delle Parti rappresenta un ulteriore e, si auspica, seppur con le dovute riverse, concreto, punto di ripartenza circa la cooperazione internazionale in ambito climatico, nonostante le crescenti e diffuse tensione geopolitiche.

Come di consuetudine, le economie emergenti, fortemente basate sull’impiego di fonti energetiche di origine fossile, hanno tentato di frenare le tendenze tipicamente europee ad un intervento netto e tangibile nel breve periodo. Ciononostante, sono altresì numerose le Parti che hanno proposto, con successo, la realizzazione di una tabella nell’ottica della “transition away”, che porti al graduale passaggio all’energia rinnovabile pulita.

Dal punto di vista degli investimenti che, concretamente, saranno attuati dalle Parti per concretizzare a livello sostanziale i buoni propositi discussi al tavolo delle trattative, la COP30 ha stabilito di triplicare i finanziamenti alla transizione verde entro il 2035, medesimo anno a partire dal quale non potranno più essere immatricolati automezzi con motore a scoppio nei paesi UE.

Ciononostante, nella nota finale della presidenza brasiliana ogni riferimento ai combustibili fossili non è più menzionato, segno della grande difficoltà nella ricerca di una soluzione globale unica.

Rilevanti sono state, inoltre, le manifestazioni dei popoli indigeni nei pressi dei palazzi ove si sono riuniti i leader mondiali tra il 10 e il 21 novembre scorsi: la loro protesta, portata avanti con lo scopo di essere inseriti tra i temi oggetto di maggiore tutela, ha suscitato un’enorme rilevanza mediatica internazionale. In occasione del termine dei lavori, circa 50 indigeni Munduruku hanno inizialmente impedito l’accesso dei rappresentanti delle 198 Parti all’evento.

In conclusione, sebbene appaia chiara la netta intenzione di numerosi centri di interesse relativamente alla causa climatica, in primo luogo l’UE, è pur vero che, vista l’assenza dei principali Paesi produttori, i risultati non risultano vicini alla concretizzazione: grazie al lavoro delle Conferenze delle Parti, ogni anno, i leader mondiali tentano, purtroppo invano, di giungere ad un compromesso unanime ed attuare la tanto agognata “transition away”.

Christian Monti, 5^BE

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