Durante il corso della prima guerra mondiale, nell’allora Impero Russo, dato un grande malcontento generale della la popolazione, scoppiarono una serie di rivolte che portarono a una grande guerra civile che permise la nascita dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (di cui fecero parte numerosi Paesi odierni dell’Est Europa e dell’Asia, tra i quali l’Ucraina, la Bielorussia o il Kazakistan, tutti capitanati dall’unico e centrale governo di Mosca).

 L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovetiche, proclamatasi il 30 dicembre 2022, a seguito della morte del suo primo leader, Vladimir Lenin e con l’ascesa della sua nuova guida Josef Stalin, una volta ristabilito l’ordine interno dopo la guerra civile, assunse un atteggiamento espansionistico nei confronti di molti paesi limitrofi. Inizialmente poteva essere considerato un comportamento giustificato, dagli anni ‘30 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, a causa di ragioni ideologiche di stampo marxista-leninista, riassumibili nella massima “proletari di tutti i paesi, unitevi” che presuppone dunque una trasformazione della società che non si limita ad un paese solo, bensì presuppone un intervento internazionale per portare a termine la realizzazione del modello di società comunista. 

In questa maniera Stalin era riuscito ad assicurarsi una serie di paesi su cui esercitare le proprie mire espansionistiche, facendo firmare al suo ministro degli esteri, insieme a quello dell’allora Germania Nazista, il patto Molotov-Ribbentrov che, non solo sanciva una politica di non-aggressione tra l’Urss e il Terzo Reich, ma conteneva anche un protocollo segreto secondo cui furono designate delle aree geografiche nelle quali due paesi poterono rispettivamente esercitare il proprio espansionismo: a Stalin spettò l’invasione della Finlandia (che fu attaccata durante la guerra d’inverno, ma l’esercito sovietico non riuscì a sottometterla), i Paesi baltici, la Bessarabia (regione della Romania al confine con l’Ucraina, allora parte dell’Urss) e la Polonia orientale, mentre a Hitler spettò la Polonia occidentale. 

Questo patto, tuttavia, non fu rispettato da Hitler che invase la Russia nell’estate del 41′, facendosi respingere fino a perdere la Seconda guerra mondiale nel ‘45. L’Unione Sovietica a questo punto, uscita vincitrice dal conflitto, si ritrovò ad avere l’esercito di terra più potente al mondo e la possibilità di estendere più facilmente la sua influenza sui paesi esteri non più in un contesto geopolitico frammentato come quello presente prima della Seconda guerra mondiale, ma nel contesto nuovo della guerra fredda in cui il mondo rimaneva diviso tra paesi del blocco occidentale, che abbracciavano le idee di stampo capitalista provenienti dagli Stati Uniti d’America, e quelli del blocco orientale, che seguivano gli ideali socialisti provenienti dalla Rivoluzione Russa. 

Dunque, le nuove mire espansionistiche non consistevano più nell’annessione all’Unione Sovietica di paesi limitrofi, ma nell’esportazione delle idee filo-comuniste in nuovi paesi appartenenti al “terzo mondo”, ovvero quelli non particolarmente legati all’Urss o agli Stati Uniti. Gli obiettivi di questa nuova espansione furono la Corea del Nord e la Cina, le quali furono portate a termine spedendo armamenti ai militari comunisti. 

Morto Stalin, salì al potere il Cremlino Nikita Krusciov, un leader molto più moderato e molto meno idolatrato del predecessore, che inasprì il clima della guerra fredda siglando nel ‘55 con i paesi dell’Est Europa, che dopo la Seconda guerra mondiale abbracciarono gli ideali stalinisti diventando di fatto dei “fantocci” dell’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia, un patto militare difensivo che si contrappose alla Nato già esistente da 6 anni, che scatenò la Crisi dei missili di Cuba.

 Una volta che a Cuba fu salito al potere il comunista Fidel Castro, gli fu dato il permesso di installare delle basi di lancio per delle testate nucleari sull’isola, pericolosamente vicina agli Stati Uniti d’America, alimentando nuove tensioni tra l’Occidente capitalista e l’Oriente comunista, e sfiorando un’ipotetica terza guerra mondiale. In seguito, nel 1978, nel mirino dell’espansionismo sovietico finì l’Afghanistan, paese limitrofo entrato da poco in una guerra civile, al quale l’allora leader Leonid Brežnev inviò numerose truppe in supporto, che furono però rimandate in patria sconfitte pochi anni dopo. 

L’intervento fallimentare in Afghanistan, però, contribuì ad un abbassamento della motivazione tra tutti i lavoratori dell’Unione Sovietica, tanto da accentuare l’inizio della crisi economica che favorì la caduta dell’Urss nel 1991. Il sistema economico russo era estremamente statalizzato e si concentrava su una massiccia produzione industriale di attrezzi e macchinari a scopo bellico per cercare di rimanere al passo con i rivali occidentali, trascurando tuttavia i beni per i cittadini, che venivano invece prodotti in scarsa quantità e con pochi modelli disponibili; venne quindi a crearsi una rete di mercati neri che contribuirono all’indebolimento del potere centrale, vendendo e producendo merci per i cittadini, inclusi beni poco etici come droghe di tutti i tipi.

Infine, negli anni successivi, grazie ad una classe dirigente composta per la maggior parte da membri anziani che non avevano interessi nell’attuare riforme, e grazie alle politiche di destatalizzazione e privatizzazione del nuovo leader Mikhail Gorbaciov, l’Unione Sovietica viaggiò verso un declino che raggiunse il culmine nel ‘91, quando le varie repubbliche dell’Urss si dichiararono indipendenti e l’unione si sciolse.                                                                                  

Stocco Ludovico 3BC

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