Nier: Automata è un action J-RPG -gioco di ruolo giapponese- prodotto da PlatinumGames e diretto da Yoko Taro, ambientato in un futuro post apocalittico dove gli alieni hanno invaso la terra utilizzando dei robot, chiamati biomacchine, e gli umani sono fuggiti sulla Luna, lasciando gli androidi ad affrontare il nemico extraterrestre. Quella che vorrei fare però non è una semplice recensione, ma piuttosto un’analisi sulle tematiche filosofiche che si affrontano nel gioco.  
Seguiranno spoiler, quindi, nel caso stiate giocando o vogliate recuperare il titolo, vi invito a non leggere quest’articolo, onde evitare di rovinare la vostra esperienza.  

Nell’opera si scontrano due fazioni, le biomacchine, create dagli alieni durante l’invasione della Terra, e gli androidi, robot umanoidi costruiti dagli umani per respingere l’assalto degli extraterrestri. I protagonisti dell’opera sono tre androidi, 2B, 9S e A2, appartenenti alla squadra YoRHa, un’unità di androidi d’élite. Nonostante i numerosi e dinamici combattimenti contro le biomacchine ed i vari boss, l’attenzione del giocatore non viene richiamata tanto da questi scontri, quanto piuttosto dalla profondità dei dialoghi e dei comportamenti dei protagonisti, e anche -forse soprattutto- dei personaggi secondari e dei nemici.  
La primissima frase che sentiamo nel videogioco, pronunciata da 2B, cita la famosa frase di Nietzsche «Dio è morto, e noi l’abbiamo ucciso». Questa frase anticipa un concetto che il gioco ci farà capire sin da subito, ovvero come tutti gli androidi siano sotto il giogo della volontà di un essere superiore, l’uomo, e siano quindi teoricamente dei servi inviati dall’uomo per compiere una missione per suo conto e dunque salvarlo. Il fatto che l’umanità sia collocata sulla Luna esprime piuttosto chiaramente questo preteso rapporto di superiorità dell’uomo rispetto agli androidi. Capiamo dunque che gli YoRHa devono trovare nell’uccidere i loro nemici il loro scopo di vita, come servi del loro creatore.  
Il problema è che tutto ciò che abbiamo detto finora si rivela nel corso del gioco completamente falso, e una realtà totalmente differente si paleserà dinanzi ai nostri occhi: l’umanità, quindi il Dio degli androidi, è veramente, letteralmente morta: l’uomo infatti si estinse intorno al 4200 d.C., l’invasione aliena avvenne nel 5012 d.C., ed il gioco è ambientato nel 11945 d.C. Il progetto YoRHa fu un’invenzione degli androidi per dare a se stessi un motivo per combattere e non arrendersi, dopo aver compreso che una vita senza scopo non è degna di essere vissuta. 
Ma ad aver ucciso il proprio Dio sono state le biomacchine. Gli alieni, rimasti a bordo delle loro astronavi aspettando che il loro esercito meccanico facesse il lavoro sporco, furono annientati da alcune delle loro creazioni, le quali, dopo aver preso coscienza dell’essere solamente dei servi, si ribellarono ai padroni. 
Le biomacchine, collegate ad un’unica grande rete neurale collettiva, svilupparono anch’esse un pensiero secondo cui, si deve avere uno scopo per vivere. Gli alieni, dei e creatori delle macchine, programmarono il loro esercito dicendogli di “sconfiggere il nemico”, ma se dovessero sconfiggere definitivamente il nemico rimarrebbero senza un obbiettivo; perciò le biomacchine si autoimposero di non distruggere tutti gli androidi pur di non perdere il loro scopo. 
Ma non tutti, tra YoRHa e macchine, continuarono a partecipare a quella guerra infinita ed inutile; vi furono androidi che disertarono e biomacchine che si scollegarono dalla rete. A2 è una delle disertrici, e abbandonò gli YoRHa quando scoprì la scioccante verità sull’umanità. Non a caso il nome A2 ha una pronuncia simile ad “Et tu”, le stesse parole che Shakespeare fece pronunciare a Giulio Cesare nel terzo atto della “The Tragedy of Julius Caesar”, quando quest’ultimo venne accoltellato dal figlio Bruto.  
Mentre gli androidi disertori vengono dominati dai sentimenti di rabbia e sconcerto verso i loro veri creatori e verso il mondo in cui vivono, le biomacchine disconnesse dalla rete si impegnano per trovare uno scopo per la loro esistenza, a volte riuscendo nell’impresa, a volte fallendo, e addirittura finendo per suicidarsi. 
Androidi e biomacchine condividono con gli umani pensieri, emozioni, comportamenti e persino impulsi riproduttivi, che, per ovvie ragioni, non possono essere soddisfatti, tanto che le macchine iniziano ad imitare, spesso in maniera ossessiva, i comportamenti umani. Alcune si vestono da pagliacci e occupano un Luna Park dove vivere felici, altre diventano pacifiche e ricreano un principio di società, mentre altre ancora danzano, cullano finti infanti e imitano rapporti sessuali. Quest’ultime, durante il gioco, attaccheranno 2B e 9S al grido di “Questo non può continuare” tra un misto di odio e amore, creando una situazione di disagio per tutti, sia per il giocatore, che per gli androidi e per le stesse biomacchine. Non trovando altro scopo se non quello di riprodursi, in preda alla frustrazione, arrivano a partorire artificialmente Adam, dal cui petto nasce Eve, due biomacchine umanoidi, la prima dominata dalla ragione, la seconda dalle emozioni. 
Il mondo creato da Yoko Taro è caratterizzato da una guerra perpetua e da un ciclo di creazione e distruzione infinito, dove la vita non ha più un senso, ma nemmeno ne ha uno la morte, visto che gli androidi tornano in vita in altri corpi e le macchine sono connesse ad una rete neurale condivisa. La vita è solo un insieme di dolore, incompletezza e frustrazione. Quello rappresentato è un mondo nichilista, dove cercare un senso alla propria vita è un’azione disperata, seppur costantemente tentata, e 2B e 9S ne sono l’esempio lampante, due potenziali innamorati che non possono e non riusciranno mai a stare insieme, soprattutto per delle cause più grandi di loro; anche i loro nomi sono collegati: 2B si rifà al verbo “to be”, ovvero “essere”, mentre 9S a “non est”, “non essere”. 

Nonostante Nier: Automata sembri un videogioco estremamente pessimista, Yoko Taro ci concede una possibilità, ci concede di accedere al finale E, quello vero -da notare come il gioco abbia ventisei finali differenti-. Raggiunta la fine del gioco, ci verrà chiesto se non accettiamo la sconfitta, se pensiamo che tutto ciò non sia inutile, se crediamo che i giochi siano solo sciocchezze e se siamo convinti che il mondo abbia davvero un senso, e a questo punto ci verrà data la possibilità di rompere il ciclo di vita, morte e conflitto. Ma come? Uccidendo gli dei. I titoli di coda si trasformano in un livello bullet-hell dove dovremmo uccidere gli dei di questo mondo, ovvero gli sviluppatori. Superato questo livello, a 2B, 9S e A2 viene data l’ultima possibilità: vengono ricostruiti dai Pod, dei piccoli robot che sono sempre stati al loro fianco, i quali, dopo aver raccolto dati su dati, aver assistito al dolore e alla rabbia dei protagonisti, prendono la decisione di ridargli vita, liberandoli dal sistema in cui erano intrappolati, dandogli la libertà di determinare le proprie vite, senza vincoli di alcun tipo. 
Con questo gioco, Yoko Taro ci dice di abbracciare l’insensatezza della vita, per poterla poi riempire di significato, che il nostro scopo sia leggere, guardare, conoscere o amare, “Il futuro non viene assegnato. Bisogna prenderselo”. 

Andrea Di Gioia 4DL 

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