Mancano pochi mesi alla maturità e, per chi frequenta il quinto anno, l’ansia è ormai una compagna fissa. Sui banchi, durante le interrogazioni, persino a casa la sera: c’è sempre quella voce di sottofondo che chiede “e dopo?”. Quale università sceglierò? In quale città mi trasferirò? Che lavoro farò? È come se non bastasse già sopravvivere agli scritti e alle ultime verifiche del secondo quadrimestre.

Eppure, forse, stiamo guardando il problema dal lato sbagliato. La poetessa polacca Wisława Szymborska, Premio Nobel per la letteratura nel 1996, ha detto qualcosa che mi ha fatto riflettere. La maggior parte delle persone fa un lavoro perché deve, non perché vuole. È un’attività che si affronta come un obbligo quotidiano, che annoia, che si lascia alle spalle appena possibile. Ma esistono persone che hanno saputo trasformare il proprio lavoro in un’avventura continua. Il segreto, per Szymborska, sta in due parole apparentemente banali: “non so”. Quella disponibilità a non dare nulla per scontato, a restare in ascolto delle domande invece di accontentarsi delle risposte già pronte, è ciò che alimenta la curiosità e, con essa, la passione.

Il “non so”, però, è esattamente quello che spaventa di più noi studenti di quinta. In un momento in cui sembra che tutti si aspettino risposte certe, confessare di non sapere cosa si vuole fare dopo la maturità suona quasi come un fallimento. La pressione sociale è reale: i colloqui con i professori, le domande dei parenti a cena, i moduli da compilare per le università. Tutto chiede certezze che, nella maggior parte dei casi, semplicemente non abbiamo ancora.

Ma la storia dà ragione a chi sa stare nell’incertezza. Pensiamo a Isaac Newton: non stava cercando di riscrivere la fisica quando osservò la caduta di una mela, stava semplicemente guardando il mondo con occhi disposti a meravigliarsi. O a Marie Curie: non aveva una carriera già tracciata davanti a sé quando iniziò a interrogarsi sulla radioattività, aveva una domanda che non riusciva a togliersi dalla testa, e ha dedicato l’intera vita a inseguirla. Sigmund Freud, indagando territori della mente che nessuno aveva ancora esplorato sistematicamente, ha rivoluzionato il modo in cui l’umanità capisce se stessa, proprio perché non aveva paura di dire “non so dove si collocano le emozioni, e voglio scoprirlo”.

Nessuno di loro partiva con le risposte. Ma aveva le domande giuste.

Il filosofo danese Kierkegaard aveva teorizzato tutto questo con largo anticipo: l’angoscia davanti al futuro non è una debolezza individuale, è una condizione universale dell’essere umano. Trovarsi davanti a un’esistenza piena di scelte, sapendo che ogni strada aperta ne chiude inevitabilmente altre, genera un tormento interiore che non si può eliminare. Ma quel tormento, lungi dall’essere un ostacolo, è il segno che si è vivi, presenti, consapevoli del peso e del valore di ciò che si sta scegliendo.

Per noi studenti di quinta, allora, forse l’obiettivo non dovrebbe essere arrivare all’esame di maturità con le idee già definite su chi saremo tra dieci anni. L’obiettivo dovrebbe essere arrivare con le domande giuste: quelle che ci tengono svegli, che ci appassionano, che ci spingono a voler sapere di più. 

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