L’estate sta per cominciare e gli animatori si stanno preparando al cammino che coinvolgerà gli oratori ambrosiani tra giugno e luglio 2026. Il protagonista sarà proprio San Francesco d’Assisi, che celebra nel 2026 l’ottocentesimo anniversario di morte. La vita di questo Santo è riassumibile in tre parole chiave: umiltà, fratellanza, servizio. Sono proprio queste le parole che mi sento di analizzare per comprendere meglio il percorso oratoriale proposto dalla FOM (Fondazione Oratori Milanesi) per quest’estate.
La prima parola chiave è “umiltà”: penso che la storia di San Francesco sia nota a tutti, ma come insegnare l’umiltà ai più piccoli? A che cosa serve l’umiltà?
L’umiltà è ciò che ci consente di entrare in relazione, che permette all’adulto di trovarsi alla stessa altezza del bambino e di vedere le cose da un’altra prospettiva. Umiltà è l’io che si riconosce all’interno di un ecosistema e riconosce la propria parte, che però non è il tutto.
Certo, richiede fatica ma la maglietta colorata con la scritta “Animatore” parla da sé: bisogna metterci l’anima. L’umiltà, quindi, va insegnata praticandola. Si tratta di piccole cose, che però fanno la differenza: “ciao”, “grazie”, “scusa”: tre umili parole ma fondamentali per educarci alla convivenza e al rispetto dell’altro.
Dall’umiltà nasce un rapporto profondo, di fratellanza. Non solo con le persone che ci circondano, ma anche con l’ambiente in cui viviamo.
Fratellanza è innanzitutto condivisione: dalle parole alle esperienze, con un fratello si condivide la casa, la famiglia stessa. E’ proprio grazie all’umiltà che possiamo instaurare un legame così intenso, tanto da rispecchiarsi nell’altro: comprendere i suoi bisogni, che sono anche i propri, conoscersi e riconoscersi, aiutare e aiutarsi, giocare e mettersi in gioco. E’ proprio in questa plasticità che consiste il ruolo di animatore: sapersi reinventare davanti alle esigenze proprie e altrui. Trovare un equilibrio che non richiede di annullarsi, ma di sapersi mettere da parte qualche volta, per permettere all’altro di emergere e condividere con lui una determinata situazione. Dall’altra parte, fratellanza è il sentimento di gratitudine verso colui che ci accoglie: non “solo” Dio, ma più concretamente il compagno che ci sta accanto o l’ambiente intorno a noi. Nel Cantico delle Creature San Francesco chiama “fratello” e “sorella” la luna, il fuoco, le stelle, la pioggia, gli animali, persino la morte. E’ attraverso il rapporto di fratellanza con la natura che si esercita la gratitudine verso Dio e verso il Creato, questo Dio che è difficile far conoscere ai più piccoli, ma che è semplicemente in mezzo a noi.
Infine “servizio”: un’altra di quelle parole difficili da spiegare, ma su cui si fonda l’intera esperienza di volontariato. Per mettersi a disposizione bisogna essere consapevoli delle proprie capacità, dei propri pregi e dei propri difetti. Insomma, bisogna conoscersi bene. Ma niente paura, è proprio questo il bello! Essere volontari significa mettersi in gioco con le proprie responsabilità e mettere in campo le proprie competenze, imparando a conoscersi di volta in volta. Significa concretizzare l’umiltà e la fratellanza di cui abbiamo parlato in qualcosa di utile alla comunità in cui viviamo. Concretizzare l’ideale in qualcosa di tutt’altro che perfetto, bensì di pienamente umano, proprio come San Francesco ci ha insegnato.
Buon Oratorio estivo a tutti!
Rebecca Guzzetti