Ero molto stordito, chiudevo gli occhi continuamente per poi riaprirli dopo qualche istante con la vista offuscata, le mie orecchie avevano iniziato a fischiare e il mio udito aveva smesso di funzionare al meglio: in questo stato non riuscii ad accorgermi che il signor Cooper aveva portato via Allison e Mike e che le sedie occupate erano solo tre.

In seguito tutto iniziò a diventare leggermente più nitido, fu in quel momento che mi resi vagamente conto dell’accaduto e riuscii a biascicare due parole:

“Ragazze, dov… dove sono… Mike e…” balbettai ancora scosso.

“Li ha portati via prima” fu Jenny a rispondermi e Jasmine annuì, mi accorsi subito che erano entrambe più lucide di me.

“Ha posizionato delle telecamere, lì c’è uno schermo” mi informò Jasm “è già mezz’ora che sentiamo delle urla dal piano di sopra”. Aveva le lacrime agli occhi, ma per la prima volta dall’inizio di quell’incubo non singhiozzò. Alle mie spalle c’era effettivamente uno schermo, quando mi voltai mi accorsi che nell’inquadratura non era presente nessuno.

“Sapete dove sono?”

“Non sappiamo nulla, Kevin” mi zittì Jenny “mezz’ora prima che ti riprendessi eravamo ridotte così anche noi”.

Giusto, avrei dovuto pensarci…

Appena finimmo la conversazione comparvero tre figure sul monitor, di cui due prive di sensi: i corpi di MIke e Allison. Il signor Cooper li stava trascinando per tutta la stanza fino a lasciarli in due determinati punti e in posizioni specifiche: Allison in un angolo, con le mani incatenate al soffitto, e Mike al centro della stanza, indossava indumenti ottocenteschi.

Passate due ore di totale silenzio, si svegliarono storditi, pieni di lividi, ci misero un po’ a capire dove si trovassero e se quello che vedevano fosse reale: erano palesemente stati drogati.

“Che cosa… dove sono? Chi sei?” blaterò Allison.

“Chi sei tu semmai! Come ci sono finito qui?” le rispose Mike.

Si sentirono dei passi sulle scale della cantina e l’uomo che ci teneva prigionieri piombò nella stanza, si sedette alla scrivania dietro di noi (non l’avevo davvero notata) e si mise a scrivere, con la macchina  avvistata alcuni giorni precedenti al terzo piano.

“Ok, allora stiamo calmi… cerchiamo di ricordare…” propose Mike.

“Io non… sono confusa… non riesco nemmeno a ricordare come mi chiamo”.

Visto che eravamo posizionati in cerchio riuscivo a vedere Cooper ruotando la testa di qualche grado, lo osservavo spesso.

Due pagine e mezzo, andò a capoverso.

La sala era piena di cianfrusaglie: scatole, vestiti, libri… molto probabilmente da lì a poco Mike si sarebbe messo a cercare qualcosa, ma a quel qualcosa era impossibile dare una forma.

“Prova a cercare qualcosa per farci uscire!” esclamò Allison.

“Potresti anche chiederlo in modo un po’ più garbato!” controbattè lui.

“Hai ragione mi dispiace… sono in preda al panico…”

“Non ti preoccupare, credo sia normale viste le circostanze…”.

Dieci pagine.

Proprio come avevo previsto si mise a perlustrare la stanza, aprì molte scatole, frugò nelle tasche degli abiti e aprì tutti i libri: non trovò assolutamente nulla.

“Vedrai, troverai qualcosa” lo incoraggiò Allison “ma ti prego, fallo più rapidamente!”

“Ci sto provando!” gridò Mike, iniziava a diventare scontroso.

Entrambi avevano paura e la manifestavano sfogandosi l’uno contro l’altro. Dopo qualche secondo la sua attenzione passò da Allison a una scatoletta poggiata su una pila di una ventina di manuali: le rifiniture erano d’oro ed era impreziosita con gemme autentiche. La aprì all’istante e iniziò a maneggiare fotografie e pezzi di carta presenti al suo interno.

“Qua si mette male” disse Jenny “è uno dei suoi romanzi incompiuti”

“D-di cos-a sta-stai pa-parlando?” balbettò Jasmine.

“Osserva”.

Una foto raffigurava un uomo di spalle molto simile a Mike, inginocchiato dinanzi a una tomba, l’altra una ragazza con una scopa in mano intenta a spazzare il pavimento, la testa rivolta verso il basso con i capelli che la ricoprivano, assomigliava ad Allison. Mike trovò anche un telegramma e un vecchio giornale.

Jasmine trasalì e Jenny sbiancò: io continuavo a non capire.

“Cosa sta succedendo, Jenny?” chiesi.

“Quando siamo andati al terzo piano io e Jasm ci siamo imbattute in un libro non ancora terminato: Cold Blooded Killer. Diciamo che…” respirò profondamente “ci sono dentro.”

Ormai eravamo a trentadue pagine.

“Come finisce questa storia? E qual è la trama?”

“Il corpo della sorella del conte Dupont viene ritrovato in un granaio, l’omicida era la sua domestica, nonché amante del conte” una lacrima attraversò il suo viso, Jasmine aveva ricominciato a singhiozzare “ma potrà essere considerato un assassino il conte stesso, nel compimento della sua vendetta”.

Solo in quel momento mi resi conto che Allison era vestita da domestica.

Probabilmente impallidii anche io, osservai meglio le mosse di Mike e dalle sue espressioni capii quanto possa essere manipolabile la mente umana: il signor Cooper gli aveva sottratto dei ricordi e in pochi secondi se n’era creati un milione di nuovi, ma soprattutto di falsi. Stava letteralmente impazzendo: non capiva più nulla, il suo sguardo era assente e chissà a cosa pensava. Cercava di trovare delle spiegazioni a tutto ciò, probabilmente era arrabbiato, confuso, addolorato e sperava che non fosse vero. Beh, in effetti non lo era. Allison gli parlava, ma lui sembrava non sentire, si stava costruendo delle risposte, un nuovo punto di vista, una nuova vita… una nuova identità. Poi si rassegnò, del resto non poteva fare altro, la ragione lo abbandonò per sempre: era convinto di essere un’altra persona.

Cinquantaquattro pagine.

“Che diavolo ti succede?” gli domandò urlando Allison.

Mike era completamente diventato pazzo, ormai il suo nome non era neanche più quello: era il conte Dupont a tutti gli effetti.

La guardò con uno sguardo disgustato, aprì un baule controllato qualche minuto prima e ne tirò fuori una frusta.

“Fermo, che vuoi fare!?” urlò la povera ragazza.

“Quello che sarebbe dovuto succedere a te, non a Mary”

“E chi cavolo è Mary!”

“Ah, non te la ricordi?” disse alzando la voce.

Le sventolò davanti il telegramma, il giornale e le fotografie, con una di queste le fece un taglio sulla guancia. Sembrò anche lei “ricordarsi” chi fosse.

“Io non… mi dispiace” piagnucolò.

“Anche a me” e alzò la frusta in aria.

“Ti prego non farlo!”.

Ma era troppo tardi. Settantuno pagine.

“NOOOOOOO!!” gridò Jasmine “smettila subito!”.

Piangeva disperatamente, io e Jenny avevamo semplicemente chiuso gli occhi lacrimanti. Che razza di incubo era mai quello?

Le frustate continuarono per minuti, forse ore, fino a quando non udimmo uno sparo. Aprii gli occhi, ma era Jasmine a tenerli chiusi stavolta: il conte Dupont impugnava una pistola e la domestica aveva un enorme foro in fronte. 

Un soffio d’aria proveniente dal nulla spense una candela.

Allison era morta.

“E non è ancora finita” precisò Jenny piangendo disperatamente.

Dupont si avvicinò al lampadario, prese una corda, fece un cappio e lo appese ad esso. E si impiccò. 

Centododici pagine.

Si spense una seconda candela.

Mike era morto.

Angelica Alfieri, I CS

Copertina a cura di Jacopo Parenti, I CS

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