“Ma cosa… che sta succedendo” mi svegliò Allison alzando la voce. 

“Non lo so, non lo so!” le rispose Mike con le gambe tremanti. 

“Io… io lo sap… sapevo che non sar… sarebb… sarebbe finita bene!” balbettò Jasmine. Io e Jenny incrociammo i nostri sguardi e decidemmo di rimanere in silenzio: non era assolutamente il momento adatto per litigare. 

Il signor Cooper piombò nella stanza all’improvviso, sembrava infuriato. Nessuno fece in tempo a dire mezza parola; prese una siringa e ci iniettò qualcosa nel sangue: tutti nel giro di pochi secondi svennero, io ero l’unico ad essere ancora sveglio.

“Perché ci fa questo…” chiesi mentre una lacrima attraversava lentamente il mio volto. Mi tirò su la manica della felpa, infilò l’ago nel mio braccio e con esso il liquido al suo interno, poi mi diede una risposta: 

“Quale valore potrà mai avere una storia se non viene vissuta, ma solo scritta da un qualunque essere umano?”. 

I miei occhi si chiusero rapidamente. Mi risvegliai in quello che pensavo fosse il giorno dopo con più fame che pensieri. Eravamo ancora in cantina, ma stavolta non eravamo legati o altro: ci trovavamo per terra, sdraiati, con vestiti diversi addosso. 

“Ma… quanto tempo è passato?” domandò Mike alzandosi dal pavimento sporco. “Un giorno, o almeno credo…” gli risposi abbastanza insicuro “il vostro ultimo ricordo?” “L’ago… la siringa…” replicò Jasmine singhiozzando. 

Era seduta di fianco a me, alla mia destra, le misi la mano sulla spalla sinistra e lei ci appoggiò delicatamente la testa. Intanto Jenny stava tentando di aprire la porta. 

“Cavolo! Perché non si apre!” esclamò disperata. 

La lampadina che illuminava quel minuscolo spazio si accendeva e spegneva costantemente, molto probabilmente era lì da troppo tempo. Vidi Allison alzarsi e raggiungere un angolo della stanza, dove erano posti tre contenitori di cibo con un foglio scritto posato su di essi. 

“Che c’è scritto?” le chiese Jasm dopo essersi calmata un po’. 

“L’inizio non è ancora giunto” girò il pezzo di carta “tu o un altro”. 

Capimmo subito: i contenitori erano tre con una porzione di cibo ciascuno, noi eravamo in cinque. Allison prese un contenitore senza dire nulla, lo aprì e iniziò a mangiare con le mani luride. Mike andò verso di lei infuriato, ma io mi alzai e lo fermai colpendolo sul petto: dovevamo restare uniti, entrare in conflitto avrebbe peggiorato le cose. 

“Ok, ci sono solo due sottovuoti, noi siamo in quattro…” affermò Jenny dopo qualche minuto “che facciamo?” 

Ci scambiammo qualche sguardo, sembrava non mettessimo qualcosa sotto i denti da mesi… “Fate voi” disse Mike “sono a posto così”. 

Restavamo io, Jasmine e Jenny. Tu o un altro. 

“Non ce la faccio…” piagnucolò Jasmine “per favore non pensate a me”. 

Dopo un paio di minuti Jenny iniziò a mangiare, Jasmine era seduta in disparte. La raggiunsi e le porsi il contenitore. 

“Mangia tu, io non ho fame” 

“Davvero Kevin, non serve…” 

“Perdonami, ma devo insistere” 

Lo aprì e ne tirò fuori un panino al burro d’arachidi, lo fissò in modo strano finché non la chiamai. “Jasm, tutto ok?” 

Mi guardò: sembrava che stesse, di nuovo, per scoppiare a piangere.

“Sì, tranquillo… è che sono allergica al burro d’arachidi” e me lo ridiede indietro. Mangiai di fianco a lei, mi accorsi solo dopo aver finito che non ci era stata fornita dell’acqua. “Ragazzi… ho sete” disse Allison. 

“Oh davvero? Poverina, io anche fame sai…” la schernì Mike. 

“Ehi, ragazzi tranquilli” tentai di calmarli “troveremo una soluzione” 

“Sicuro, e come esattamente?” replicò Jenny duramente “Salve signor Cooper, tutto bene? Sarebbe così gentile da portarci cibo e acqua? Sì? Perfetto grazie mille! Già che ci siamo non è che potrebbe liberarci, per favore?” 

“Sto solo cercando di…” 

“Di dare una mano? Non puoi salvare tutti Kevin, soprattutto non in una situazione del genere”. Non risposi, aveva ragione… che potevo fare? Nulla, a parte tacere, quindi così feci. 

Passarono circa quindici minuti, Allison grattava il muro con le sue lunghe unghie blu, Mike stava camminando avanti e indietro per lo stanzino in cui eravamo imprigionati e io e Jasmine eravamo seduti l’uno di fianco all’altra come prima, nello stesso punto. Il silenzio assordante presente in quel momento era insopportabile, nessuno osava parlare, venne poi interrotto prima dal sibilo proveniente dagli angoli della stanza e infine dalle grida che si propagarono quando si colmò di gas tossici. 

“Kevin, per favore… ascoltami!” urlò Jasmine dopo che tutti gli altri furono a terra privi di sensi. “Jasm, non credo sia il momento!” le dissi tossendo. 

“Lui… lui sa… lui sa tutto!” blaterò prima di svenire. 

“No, no! Jasmine!” gridai “chi sa tutto? che significa! Jasm…” e persi conoscenza. Quando aprii gli occhi eravamo di nuovo tutti legati a cinque sedie poste in cerchio intorno alle cinque candele accese dell’ultima volta, la lampadina era spenta: riuscivo a vedere solo i ragazzi a me vicini. 

“Non… non di nuovo…” balbettò Jenny. 

Osservando bene quel poco che riuscivo a vedere mi accorsi che avevamo tutti dei tagli sul viso e sulle braccia. 

“Ragazzi…” ci chiamò Allison “secondo voi cosa vuole farci?” 

“Non lo so… e non credo di volerlo sapere” rispose Mike. 

“Nulla di buono, questo è certo” aggiunse Jasmine. 

La guardai, speravo in un contatto visivo per rassicurarci a vicenda, ma mi accorsi che era già intenta a osservare altro: c’era scritto qualcosa sul pavimento, in mezzo alle candele. Non riuscii a leggere cosa, quindi le domandai cosa fosse appuntato. 

“Capitolo I”. 

Angelica Alfieri, I CS

Copertina a cura di Jacopo Parenti, I CS

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