Dalla nascita della nostra repubblica ci sono stati numerosi italiani che hanno elevato il tricolore in tutto il mondo eccellendo in vari ambiti: sportivo, e a seguire artistico, ingegneristico, culinario e via dicendo; parlando di sport, e in particolare del motociclismo, è più che appropriato dire che Valentino Rossi ne sia un importante punto di riferimento, e forse, che piaccia o non piaccia, che si tifi per lui o meno, è giusto dire che egli stesso sia la moto GP.

Credo che, nell’ultimo periodo, anche chi non lo conosce bene abbia sentito tanto parlare di lui in merito al suo ritiro. Questo addio, questo divorzio tra lui e la MotoGP sembrava non arrivare mai, ma adesso dopo ben ventisei anni di spettacolo, per quanto sia dura rendercene conto, il nostro più grande campione ha chiuso un capitolo importante della sua vita e del motociclismo intero. Nessuno dei suoi tifosi si aspettava un fine carriera come questo: così doloroso e senza più vittorie come un tempo. Probabilmente neanche lui se lo aspettava.

Sembrava immortale, sempre competitivo, sempre al passo con piloti di vent’anni più giovani, sempre acclamato nonostante le difficoltà degli ultimi anni, ma penso che, arrivato a quarantadue anni abbia capito di aver abbondantemente scritto la sua storia nelle gare motociclistiche. Volendo contestualizzare, la sua carriera iniziò nel 1996, quando aveva solo diciassette anni. Entrò nella classe 125cc in sella ad una Aprilia con il numero 46, che lo portò a vincere il suo primo mondiale l’anno successivo. Gli anni migliori furono sicuramente quelli in motoGP, la classe regina, dove approdò nel 2000 in sella a una Honda stratosferica che gli fece vincere tre mondiali di fila. Importante per lui fu il 2004, anno in cui passò dalla vincente Honda all’ormai decadente Yamaha, che paragonata a qualsiasi altra moto del paddock era un sommergibile.

Probabilmente Valentino prese questa scelta come una sorta di sfida verso chi lo criticava dicendo che il merito era solo delle incredibili prestazioni e qualità tecniche della moto dall’ala dorata. Il pilota tavulliese riuscì subito a trasformare la Yamaha in una moto vittoriosa, ancora più vittoriosa delle incredibili Honda e Ducati, guadagnandosi il soprannome che lo ha caratterizzato durante tutti questi anni: “the doctor”, cioè il dottore delle moto.

La Yamaha rappresentò non solo una grande impresa ma anche una grande esperienza per Rossi, facendogli vincere il suo nono mondiale nel 2009 e rendendolo il pilota più vincente di sempre. Al contrario un periodo buio del pilota tavulliese fu quello in Ducati, nel quale la coppia tutta italiana non portò i risultati sperati.

Già nei primi giri di test il dottore si rese conto di aver intrapreso una scelta sbagliata, ma il contratto ormai era firmato ed era troppo tardi per ripensamenti. Dopo aver chiuso il capitolo con la casa di Borgo Panigale riabbracciò la sua cara Yamaha, ritrovando il feeling perduto; tuttavia gli anni erano passati e ormai a trentatré anni Valentino era uno dei piloti più vecchi.

Durante gli anni successivi al rientro in Yamaha non riuscì mai a vincere un mondiale, anche se nel 2015 ci si avvicinò molto riuscendo quasi a sfiorare il suo decimo mondiale vinto. Quello fu l’ultimo vero anno del Valentino competitivo e sempre al limite, infatti durante il corso degli anni seguenti i suoi risultati andavano progressivamente calando, parallelamente a un rapido peggioramento della M1.

I suoi ultimi anni in MotoGP penso che siano stati i più dolorosi per i suoi tifosi, in quanto non vinceva più, spesso cadeva collezionando vari zeri, e la sua classifica nel mondiale era sempre abbastanza bassa.

Cadute, problemi tecnici e difficoltà non l’avevano scoraggiato, arrivato a 40 anni sembrava ormai finito, sul punto di mollare, ma lui voleva continuare perché nonostante gli insuccessi le corse lo divertivano, esattamente come quando umiliava la griglia intera negli anni d’oro. Come si dice spesso però, anche i viaggi più belli hanno una conclusione, e questa conclusione è arrivata quest’anno, a inizio campionato, quando annunciò il suo ritiro dopo la fine delle gare. Durante questo suo ultimo anno abbiamo visto diverse scene da lacrima: come quando dopo la gara a Misano, ultima corsa del dottore in Italia, ha lanciato il suo casco e i guanti ai suoi tifosi in segno di riconoscimento, facendo commuovere gran parte di coloro che erano lì a celebrarlo o a casa seduti sul divano a guardare la sua ultima gara in territorio italico.

Siamo poi giunti alla sua ultima corsa in assoluto, avvenuta a Valencia. E’ stata a dir poco perfetta, da pelle d’oca, con piloti della sua accademia che hanno deciso di celebrarlo vestendo i suoi caschi più famosi, o con un Pecco Bagnaia, sempre suo allievo, che stravince dedicando la sensazionale vittoria al suo mentore. E’ stato incredibile il suo giro d’onore: solo lui e la sua M1 in pista, che esibivano impennate in mezzo ai fuochi d’artificio e i fumogeni gialli, da sempre colore del tavulliese.

Vederlo in sella a quella freccia blu è sempre stato un sogno, un’emozione incredibile, e sarà difficile per noi appassionati non poter più ammirare le imprese della leggenda delle due ruote.

Grazie Vale.

Riccardo Nivini 4CL

Copertina a cura di Alice Nivini 2AL

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