L’inevitabilità della morte è un fatto riconosciuto da tutti (tranne forse dagli alchimisti). Vita-morte, morte-vita, un ciclo che continua all’infinito. In ogni caso, la morte è vista diversamente da religione a religione, da cultura a cultura. Può essere il passaggio da una vita a un’altra, una condizione che conduce l’anima in paradiso o altre centinaia di cose. Però, io mi son fatta l’idea che la morte è la morte, nient’altro, e che dopo di essa non ci sia niente. Lo so che può essere considerata una credenza drastica, triste, drammatica, pessimista, ma io la penso così, anche se ciò può fare sinceramente paura.   

La morte accomuna tutti gli esseri viventi (animali, piante, batteri etc.) e, perciò, deve condurre tutti a uno stesso fine, che è il nulla. Qualcuno potrebbe chiedersi: che fine fa l’anima? La risposta è semplice: l’anima non va da nessuna parte, perché essa non esiste. Per me, esiste solo la mente e il corpo. Quando il corpo muore, muoiono anche la mente e la coscienza. Un’altra domanda plausibile è: ma, allora che senso ha la vita? Ebbene, la vita non ha un senso. La nostra esistenza ha come obiettivo finale la cenere e tutte le nostre azioni in vita andranno nel buco nero dell’oblio. 

Straordinario è il senso di paura che si prova nei riguardi delle proprie idee. Il problema è che si vorrebbe pensare diversamente, si vorrebbe seguire una dottrina positiva, proprio perché, magari, si ama l’ottimismo, ma allo stesso tempo si cerca sempre la razionalità, che è la condanna di tutti coloro che vogliono essere felici.  

Francesca Angelillo 3AL 

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