O forse no…?

Ero quasi dispiaciuta al tempo in cui i giornali di gossip – quelli che comprano le vecchiette in edicola, per intenderci – titolavano “Sanremo 2021 non si fa” come se stesse arrivando l’Apocalisse.

Sul serio.

Credo ci sia una sorta di piacere perverso nel guardare Morgan e Bugo che bisticciano in diretta, un tizio che irrompe sul palco urlando “Questo festival è truccato!” o Simon Le Bon che lancia il microfono per terra, ridendo, mentre il brano in playback va avanti senza di lui (casualmente, quest’ultima esibizione è introvabile, su YouTube – ne sono a conoscenza solo grazie a mia madre e alla sua fissa dell’epoca per i Duran Duran).

Ragion per cui, in data 2 marzo 2021, io e circa undici milioni di anziani, boomer, giornalisti e altri audaci disadattati come me ci siamo sintonizzati su Rai 1, con una ciotola di popcorn e un pizzico di masochismo, aspettando l’ennesimo inizio del nostro amato/odiato Festival della canzone italiana. Perché nonostante le discussioni di varia natura con le istituzioni, la minaccia di Amadeus di dare forfait e una quasi-squalifica ai danni di Fedez, alla fine Sanremo si è fatto comunque. Perchè Sanremo è Sanremo.

E che Sanremo, signori!

Non c’è mai stato un cast di artisti più giovane di questo, prima d’ora. Pochi veterani del festival (Arisa, Annalisa, Francesco Renga), un solo dinosauro (Orietta Berti). Insomma, una bella ventata d’aria fresca. Inoltre, per la prima volta nella sua lunghissima storia, il festival di Sanremo si è svolto con la platea dell’Ariston completamente vuota (per motivi che immagino siano ovvi).

E qui salta fuori il dubbio amletico che si sono posti in tanti: non è che questo Sanremo senza pubblico, pieno di nuovi artisti (gg)giovani e indie, è fin troppo distante dalle edizioni passate?

Nah.

Come da prassi, ormai, per il Sanremo moderno, anche gli inediti proposti a questo giro si possono suddividere, grossomodo, nelle solite tre categorie:

  • Brani [inserisci più tòpos sanremesi possibili]

La quintessenza della canzone da festival. Gli ingredienti sono sempre quelli: riff di piano melensi, archi a profusione, amore quì, amore là. Alcuni esempi? Arisa (il cui inedito ricorda pericolosamente La Notte), Francesco Renga e, ahimè, Ermal Meta (però lo perdono perché adoro il suo timbro vocalico).

  • Brani Rassicuranti

Il compromesso che piace a tutti: non sono pregni di cliché da festival e non sono nulla che il pensionato/spettatore medio della Rai non sia abituato ad ascoltare in radio quotidianamente. Anche quest’anno, ne abbiamo sentiti un po’ – courtesy of, fra gli altri, Fedez e Francesca Michielin (in live sono molto carini, ma ormai la formula canzone-d’amore-standard-con-inserti-rap è diventata banaluccia persino a Sanremo), Annalisa e Noemi. Ah, e Irama in SaD (triste Sanremo a Distanza).

  • Brani Effettivamente Interessanti

Annegati in minuti interminabili di sentimenti a buon mercato, ci sono anche i pezzi che – plot twist! – hanno sound e testi più attuali e una loro identità. In questo caso, sto parlando di proposte come quella di Madame (forse sono un po’ di parte, but still), Willie Peyote (sinceramente, per promuoverlo, bastavano già le citazioni a Boris), di Colapesce e Dimartino.

Come categoria bonus, ci sono anche i brani che ti viene solo da chiedere “perché?”. Tipo quello di Bugo. Poi ti accorgi che, mentre Bugo stona in diretta televisiva, Morgan pubblica su Instagram una versione integrale di Le brutte intenzioni e la maleducazione, e allora smetti di farti domande.

Dulcis in fundo, parliamo un attimo di loro.

Esordendo sul palco di Sanremo a mezzanotte passata, i Måneskin hanno spaccato di brutto. Roba che per me, dopo la loro esibizione, la prima serata sarebbe anche potuta finire lì. Peccato che siano comparse subito le controversie: in questo caso, l’accusa di plagio da parte del produttore di un‘altra band, il duo Anthony Lazlo.

Ora, le accuse di plagio vanno sempre prese con le pinze, perché essendo la musica una dimensione vastissima, la maggior parte delle volte si tratta di forzature e/o di citazionismi puramente involontari. C’è anche da dire che i ritornelli di Zitti e Buoni e di Fdt – soprattutto il verso “sono/vado fuori di testa” – sono, in effetti, piuttosto simili, se non in termini di metrica, almeno in termini di progressione armonica; fortunatamente per i Måneskin, però, la somiglianza fra i due brani si ferma lì, perciò si sono evitati la squalifica senza grossi problemi. Con ottimi esiti, peraltro (ammetto di essermi un pochino emozionata, quando è stata annunciata la loro vittoria – non si può essere sempre totalmente imparziali, ok?).

Menzione speciale per Achille Lauro e per i suoi quadri: immenso.

Ad ogni modo, sicuramente questo festival entrerà negli annali per le circostanze nelle quali si è svolto e per aver premiato, una volta tanto, qualcosa di diverso.

Ciò non toglie, tuttavia, che siano decisamente tanti gli elementi rimasti piuttosto anziano-friendly.D’altronde, i nostalgici costituiscono ancora la fetta più grande di audience sanremese: e che fai, te ne privi?

Le polemiche ci sono state, gli sketch cringini pure – vi prego, date a Fiorello meno roba scriptata –, si è votato ancora una volta tramite SMS e le cinque serate sono state tutte di una lunghezza esasperante. Il fatto che la solita platea di anziani danarosi sia stata rimpiazzata da un esercito di palloncini, poi, non ha comportato grandi cambiamenti (curiosamente, ciò non mi sorprende).

In definitiva, Sanremo è sempre Sanremo. E a noi, in fondo in fondo, ci piace così.

♪ Alice Bagli, 3ªAC

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