Nella speranza della plausibile risoluzione della vigente situazione creatasi tra i nostri animi 

e del possibile ritrovamento anche solo di una minima sensazione di pace, 

   io ti scrivo, 

consapevolmente certa del tuo senso di sdegno a riguardo.

Da quando i nostri sguardi sono 

   attenti devoti ligi 

all’arte del non incontrarsi, 

anche se ammetto di aver sperato che si potessero rincorrere un’ultima volta, 

ho permesso alla solitudine di fare breccia nel mio

   nitido pesante amorevole 

cuore, ma più in particolare nella mia 

   affollata ingarbugliata lurida

mente. 

Questa solitudine, 

che quotidianamente viene in visita alle mie agonizzanti azioni più disparate,

pesa in testa come un macigno che altera la mia visione verso ogni singolo particolare;

altera persino la visione di quelle 

   salde ferme concrete

certezze nelle quali prima mi immergevo e nuotavo entro con 

   fierezza dignità passione.

E non provo timore nell’ammettere la mia sorpresa verso i cambiamenti

   impercettibili tangibili leggeri

del tuo essere te stesso, 

proprio così come sei sempre stato e così come ti conoscevo.

Provo stupore nel dover mettere, 

   ora, in dubbio 

tutta quella immensa stima che avevo nei tuoi confronti;

ma con maggior nostalgia confesso di provare maggiore stupore nel mettere,

   ora, in dubbio 

la veridicità del tuo acclamato bene verso di me,

bene reciprocamente e per sempre percepito e ricambiato dai miei

   gesti sguardi commenti.

Recito preghiere e brindo apertamente alle mie

   “guance rigate” e al tuo 

   “non provare niente

ma soprattutto al nostro

   “inizio così intenso” e dall’inevitabile 

   “finale poco coinvolgente”.

                             Irene Bettin, 5Be

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