San Marino è una Repubblica diarchica parlamentare, in cui governano due capi di Stato, i cosiddetti “Capitani reggenti”, ai quali è affianco un parlamento, il “Consiglio Grande e Generale”; si trova all’interno dello Stato italiano, tra le regioni Marche ed Emilia-Romagna, senza sbocco sul mare, per questo si può definire anche Stato enclave. Il centro e simbolo della nazione è il monte Titano su cui sorge la capitale.

Fin dalla sua completa indipendenza dallo Stato Pontificio nel 1291, San Marino non ha mai assunto un ruolo rilevante dal punto di vista economico e politico, né tantomeno ha mai avuto mire espansionistiche, ad eccezione della “guerra sammarinese” del 1463 contro i signori di Rimini, i Malatesta, grazie alla quale arrivò alla la forma che tuttora possiede.

Probabilmente questa politica di neutralità e di quasi astensione da interventi internazionali è stata adottata per non inimicarsi nazioni ben più potenti che avrebbero potuto ostacolare in qualche modo l’esistenza della piccola nazione: ad esempio, Napoleone voleva dare la possibilità a San Marino di espandersi, in modo da avere uno sbocco sul mare, offerta che però fu rifiutata dai capi di Stato proprio per evitare future ripercussioni, come avrebbe potuto incontrare; infatti uno dei due Capitani Reggenti, Antonio Onofri, disse in merito a quella scelta «(San Marino) non ardisce […]entrare in viste di ambizioso ingrandimento che potrebbero col tempo compromettere la sua libertà ».

Fatto questo piccolo e obbligatorio cappello introduttivo per capire cos’è San Marino, ora si può passare all’ argomento centrale: i Fatti di Rovereta. Dopo la seconda guerra mondiale, fin dalle primissime elezioni del 1945, si affermò subito una coalizione di sinistra, il “Comitato della Libertà” (Cdl), formato dal Partito Comunista (PCS) e dal Partito Socialista (PSS) sammarinesi, dunque non prevalse un partito di tendenze democristiane, come accadde nel nostro Paese. Certamente gli Stati Uniti non vedevano di buon occhio la presenza di uno Stato di stampo socialista, che potesse sostenere e aiutare i comunisti in Italia, specialmente i numerosi presenti in Romagna, territorio confinante con la piccola Repubblica . La situazione senza dubbio non migliorò né quando si intensificarono le relazioni con l’URSS e i suoi alleati né quando fu aperta un’ambasciata sovietica nel territorio sammarinese, con cui la piccola Repubblica strinse stretti rapporti.

Alle elezioni del 1955 si affermò nuovamente il Cdl che ottenne 35 seggi, quindi ormai si credeva che sarebbe salito l’ennesimo governo di natura socialista. Tuttavia, nel 1957, 5 membri moderati del PSS formarono un nuovo partito, il “Partito Socialista Democratico Indipendente sammarinese”.

Questi parlamentari volevano contrapporsi al partito comunista che non aveva condannato la violenta repressione dell’URSS della Rivoluzione Ungherese del 1956. Dunque questo neonato partito, alleandosi con i democristiani, determinò una situazione di stallo all’interno del Consiglio Grande e Generale, visto che non si poteva costituire una nuova maggioranza netta.

L’ultimo evento che mise in crisi totale il governo si verificò il giorno prima delle nuove elezioni dei Capitani Reggenti per il mandato ottobre 1957- aprile 1958, in cui un altro parlamentare socialista abbandonò il Comitato della libertà per unirsi alla coalizione con i democristiani: nacque così una nuova maggioranza, con 31 seggi.

In quei momenti sembrava quindi che finalmente l’aria fosse cambiata sul monte Titano e che la minaccia di un insediamento dell’URSS in mezzo a un Paese del blocco occidentale fosse stata scampata. Ciò non accadde perché i filo-sovietici avevano un ultimo asso nella manica: ritirare tutti i parlamentari in carica che si fossero iscritti almeno una volta a uno dei loro partiti. Infatti i loro segretari erano soliti far firmare agli iscritti una lettera di dimissione con la data in bianco per poterli dimettere in caso di necessità.

Così, come si può immaginare, 35 parlamentari -inclusi coloro che avevano abbandonato la coalizione di sinistra- furono destituiti simultaneamente; questo non portò solo allo scioglimento del Consiglio, ma anche a un prolungamento incostituzionale del mandato dei due Capi Reggenti (comunisti) in carica, visto che non era possibile nominarne dei nuovi senza la maggior parte dei consiglieri. Ad aggravare la situazione, la Reggenza ordinò al Corpo di gendarmeria -le forze dell’ordine sammarinesi- di impedire l’accesso al Palazzo Pubblico ai parlamentari che volevano accedervi.

Possiamo considerare tale evento il primo colpo di Stato avvenuto in questa crisi governativa sammarinese. Questo era stato organizzato dall’alleanza di estrema sinistra ed era volto a preservare la propria supremazia nel Paese, che era messa in discussione dopo più di un decennio.

Gli oppositori ne fecero uno in risposta, che definirei “controgolpe democristiano”, che è l’avvenimento comunemente definito “Fatti di Rovereta”. Infatti a Rovereta, località a nord-est a confine con l’Italia, il 1 ottobre, gli ex consiglieri si riunirono in uno stabilimento industriale abbandonato. Lì formarono un governo provvisorio, sostenuto dai Carabinieri italiani, che si disposero lungo il confine, in caso di necessità.

Proprio per la presenza di questi ultimi, i Capitani Reggenti allestirono milizie cittadine che giravano per le vie della capitale

Dopo più di una settimana di tensione tra il governo “di Rovereta” e quello centrale, la Reggenza decise di mettere fine alla crisi, liberare il Palazzo Pubblico e lasciare il posto al governo provvisorio. Fecero ciò per impedire uno scontro armato tra la Gendarmeria e i Carabinieri e per evitare che la popolazione sammarinese fosse messa alle strette dall’embargo che l’Italia stava iniziando ad attuare. Con le seguenti elezioni del 1959, si affermò il Partito Democratico Cristiano Sammarinese, decretando la fine di qualunque speranza dei partiti di sinistra, che da quel momento in poi non avrebbero fatto più parte della maggioranza.

In questo modo San Marino nei successivi decenni iniziò ad aprirsi al resto del mondo, tanto da entrare prima nel Consiglio d’Europa nel 1988 e poi nell’O.N.U. nel 1992.

Milo Legnani 4ªAC

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