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FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI

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Goccia di splendore
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AcquarioGallo
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MessaggioOggetto: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   06/01/08, 07:00 pm

ANNA. I suoi lamenti cominciavano i primi giorni di settembre e dopo 40 anni, quando torno bambino, li sento ancora. All’alba andava a rubare i fichi d’india maturi e rinfrescati dalla notte; li mangiava; poi occorreva portarla in ospedale per restituirli alla terra. Passata la stagione dei fichi, s’ingrottava in una stanza-scantinato. La stanza delle urla e della paura per noi bambini. Un giorno la trovarono impiccata. La corda già corrosa dai vermi.

FELICE. Amava il mare come lo amano i semplici: l’acqua, le onde, il sale, il sole, il vento, i pesci, gli scogli, la sabbia. Dieci anni di autobus; andata e ritorno dall’inferno di ferro e di fuoco dell’Italsider di Taranto. I primi sorrisi fuori ragione e fuori tempo. Diceva di essere diventato poeta e cominciò a camminare per le strade del paese e a parlare con tutti. Ora è seduto nella villa comunale, bloccato dal peso, e sorride, sorride.

RENATO. Cominciammo a dimenticarlo l’ultimo giorno di scuola elementare. Silenzioso, lineamenti rozzi, un padre fannullone, una madre donna da soma, un fratello più grande destinato ad essere scienziato fra lo stupore di tutti. Non ricordo se non qualche sorriso e il suo passo pesante. Tre anni dopo, si lasciò cadere sugli scogli senza lasciar traccia di motivazione. Poco tempo fa, in una Feltrinelli di una grande città, ho fermato un signore e gli ho detto che i suoi occhi mi ricordavano quelli del fratello Renato. Commosso, mi ha chiesto molte cose, ma non avevo altri ricordi.

ALBERTO. Ancora pochi esami per una faticosa laurea in ingegneria, ma arrivarono prima le voci e le ossessioni. Sequestrato nelle cure dalla famiglia di avvocati e magistrati, molto tempo dopo riapparve per le strade, ossuto come prima, ma con il passo a scatti e le braccia fuori ritmo. Un dolore feroce negli occhi e parole di saliva fra le labbra. Così ancora oggi; di nuovo soltanto i capelli bianchi e una sorella-madre che gli porge il braccio.

ROBERTO. Passa in rassegna i prezzi al supermercato come faceva con la truppa al mattino. Ora è grasso, curvo su se stesso, catene invisibili e robuste alle caviglie per passi brevi e trascinati. Infiniti istanti fa era un capitano dell’esercito. Mette in ordine sul nastro il latte, i biscotti e parla del tempo che non passa mai. La cassiera non ascolta e prende i soldi. Roberto lascia il supermercato camminando all’indietro per un ultimo controllo dello schieramento.

MARIA. Maria è il milite ignoto della follia. Nessun particolare da segnalare. Tutti la ricordano così come è ora: vestita di nero, al centro della strada, a blaterare insulti alle auto che sporcano l’asfalto che lei lava e striglia continuamente. I secchi d’acqua e gli spazzoloni allineati sul marciapiede. Nel suo paese, l’ultima domenica di Agosto si festeggia la Madonna del Pozzo. Il mito racconta di un quadro della vergine trovato in un pozzo (ancora esistente in una chiesetta). Invento che Maria abbia il sogno di prendere acqua da quel pozzo. Intanto, ha già pronta la veste di nero pulito da indossare per la processione. È l’unica occasione in cui la strada può restare sporca.

CLAUDIO. Lo conobbi già con due tentativi di suicidio alle spalle. Un amore finito male. Le dimissioni dal PCI per essere stato emarginato in quanto contrario al compromesso storico. Del padre mi disse che era stato affettuoso solo quando, in punto di morte, lo aveva voluto vicino per sussurrargli di non diventare mai omosessuale. La madre aveva fallito la via dell’arte e si era persa inseguendo le amanti del marito. Viveva con lui e si lanciavano contro le disperazioni, mantenuti da parenti ricchi. Io terminavo gli studi universitari e lui li iniziava. Dopo le psicoterapie e i farmaci, toccava alla parola filosofica. Leggemmo insieme Spinoza e lui lo capiva. Mi confessò che da molti anni sentiva la voce di Dio che lo accusava di aver rovinato il mondo. Una mattina mi chiese di accompagnarlo in clinica e poi riapparve definitivamente spento. Sta male e da oltre 40 anni si difende da Dio. Ogni tanto manda una lettera all’egr. prof., racconta di quanto i farmaci lo ingrassino, di come una certa pagina di Freud non sia chiara e chiede di non rispondere.

GIUSEPPE. È stato mio alunno fino alla primavera del quarto anno di liceo. Alto, magro, occhi azzurri, semplicità di famiglia operaia, solido nelle discipline scientifiche. A Vienna cominciò a fermare le passanti e a sorridere senza luce negli occhi. Nella cattedrale di Santo Stefano ragionò a lungo con un Cristo; nessuno pensò che stesse pregando. Per tutto il viaggio di istruzione fui custode dei suoi passi e delle sue parole. La notte piangeva e mi chiedeva di essere preso per mano. Mescolava orizzonti e tramonti in discorsi pseudoscientifici. Il padre lo raccolse dall’autobus come si raccoglie un giovane ulivo spezzato dal vento. Ora cammina per lunghi giri obliqui di ellisse senza fuochi. E poi riprende in direzione inversa. Invisibile all’abitudine della gente. Sorride senza luce negli occhi.

PEPPINO. Nel ’77 rimase orfano della rivoluzione. Prima aveva disertato i campi e la famiglia per le strade della città e la frenesia delle assemblee. Aveva 17 anni, quando mi trovai a commentare, nella sede della sua tribù, come uno scolastico senza saio, il Manifesto del Partito Comunista e Salmi di altre opere. Mi chiese cosa significasse la frase di Marx : “Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.” Gli risposi che, secondo Marx, il comunismo non dipende dalla volontà buona dei rivoluzionari, ma dalla esistenza delle condizioni storiche strutturali e dalla capacità di usarle come punto di partenza. Peppino non aveva studiato molto, ma non era stupido. Capì di essere di nuovo solo, senza nessun Cristo per compagnia. Non ha saputo ritrovare il sentiero per la sua casa di contadino. Ora frequenta i centri di igiene mentale e racconta della rivoluzione, di chi ha tradito, di chi è caduto, di chi non lo saluta più. Nessuno lo ascolta, perché parla piano e con mitezza. Peppino non fa rumore.

LORENZO. Da piccolo, acrobatandosi sul balcone, arcobalenava piscio sui passanti e rideva come un pazzo guardandoli urlare. Poi, divenne lentamente e ufficialmente matto, come suo padre e come suo nonno. Una follia mediana fra quello dello scemo del villaggio e lo scampato al manicomio. La risata, lo scherno, la sigaretta regalata, il gioco del prendere in giro, dalla mattina alla sera, sempre nella piazza centrale, con ogni vento, con ogni pioggia, con ogni sole. All’improvviso, lo rivedo in età matura passeggiare silenzioso, con altri uomini di confine. Il passo lento di corpi appesantiti dai farmaci. Il passo grave di una frenesia di parola e di movimento diventata saggezza. Verso giù e poi di nuovo indietro e così per ore. Chissà se ricorda delle teste benedette dall’acquasantiera del balcone.

ERNESTO. Era robusto, solido, un albero piantato da poco, ma già evitato dal vento. Quando sente la forza e non intuisce la fragilità, il vento sibila e travolge altrove. La fotografia della quinta elementare lo segnala ancora per il sorriso, ma anche per il fiocco storto e il passo indietro. Durante le medie, cominciò a seguire i fratelli nei campi, a parlare di meno, a non saper più giocare a calcio. Da giovani ci perdemmo di vista e non seppi delle stazioni della sua via crucis. Tornato, un’estate, a misurare la noia della festa di piazza, mi scontro con lui: enorme, con capelli ammattiti, con grandi baffi che gli tirano gli occhi giù. Non mi riconosce o non mi faccio riconoscere. Ora il vento gli porta diecimila voci e paure e gli strappa i vestiti. Se un’ambulanza accorre in piazza, vuole dire che un pensionato stringe il cuore fra i denti o che Ernesto cammina nudo.

VITO. Suo padre raccoglieva ferri vecchi e sospetti al calar della sera. Noi sapevamo di dover cambiare strada. Quattro figli. Vito era tranquillo, ci osservava vivere e ci regalava fili di rame. Gli occhi erano quelli del padre, ma il viso era un promettente dono della madre. Niente scuola, molta strada, buono con tutti e al servizio di tutti per ogni commissione. Poi il militare. Dopo tre mesi, tornò feroce e sospettoso. Ora chi lo incontra si ricorda del padre e gira al larg il passo è lungo, quasi militare, lo sguardo è cattivo, la barba è foresta e la parola è bestemmia. Gira di notte, perché non ha paura del buio.

GIACOMO. Per i corridoi dell’università era Platone; per alcuni privilegiati era Giacomo. Il privilegio era nell’essere ammessi nel gruppo degli studenti degni di ascoltare le sue richieste di chiarimento. Alto, imponente, barba di anni, abiti improvvisati, origini nel notabilato rurale, studi di medicina abortiti per una donna troppo bella: dice la leggenda. Ascoltava le lezioni di filosofia, trasportava fascicoli di segrete riflessioni. Dormiva nei vagoni in deposito notturno. Spesso si svegliava in un’altra città. L’ho ritrovato, dopo 30 anni, e mi ha chiesto di Heidegger. Non lo stimava e non lo stima. Poi, si è girato ed è andato via, lasciando il suo odore. Più in là, l’ho visto immobile. Ho ricordato che fissava il suo volto nelle vetrine, a lungo, prima di non sapere quale direzione prendere.

MARTINO. Nacque nell’anno precedente la nuova era e prima che suo padre, nel ’29, perdesse tutti i risparmi dell’emigrazione col transatlantico, conosceva alla perfezione le macchie amiche dei funghi e del gregge. Carabiniere del Regno, lasciò i campi. Prigioniero e torturato in Jugoslavia, ma sopravvissuto. Ferito a Roma in una piazza di bandiere rosse nei disordini del ’48. Carabiniere in congedo per causa di servizio. Buona pensione per tanti anni. Poi i figli crebbero. Una figlia troppo presto madre. La moglie si ammala. Il decoro dell’ex carabiniere da conservare. Le voci cominciano a presentare il conto. Il nemico vuole entrare in casa. Si sbarrano le porte. Venti anni ad ascoltare fantasmi e a disertare la luce. Poi il fegato cede al vino. Un mese di agonia in ospedale. Sempre più morto, raccontava scheletriche storie di torture. Riesco ancora a trovare le case dei funghi, ma io devo abbassare gli occhi. Martino le indicava col bastone, tenendo alta la fronte.
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   08/01/08, 12:37 am

Aggiunge, ogni volta, qualcosa a prima lettura sfuggito.
Grazie.

clelia
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Viakal
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   08/01/08, 09:02 pm

i nomi sembrano contenere a stento il peso di storie così forti. le hai raccontate con una prosa asciutta, come non si incontra di questi tempi
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gocciadisplendore
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   24/02/08, 04:38 pm

altri amici di angelino
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   24/02/08, 04:49 pm

Tra un po' diventiamo specialisti!!!
Bellochessei.

clelia
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La Mar
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   24/02/08, 07:15 pm

ancora una volta contusa dalla prosa dolorosamente perfetta di questa tua lunga rassegna di angeli(ni), Heidelberg
_________________
Cercando la parola si trovano i pensieri...
Joseph Joubert
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gocciadisplendore
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   24/02/08, 07:40 pm

troppi complimenti oggi
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Ginevralapazza
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   25/02/08, 05:01 am

" Riesco ancora a trovare le case dei funghi, ma io devo
abbassare gli occhi. Martino le indicava col bastone, tenendo alta la
fronte."

Splendido narratore...

___gin






_________________
Tu dormi. Achille, né di me più pensi, / vivo m’amasti, e morto mi abbandoni».
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   27/02/08, 09:58 pm

qui davvero non riesco a leggere, solo a vedere e vedere e vedere.
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aurora tassinari
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   29/02/08, 01:00 am

E' scritto talmente bene che non solo li leggi ma riesci anche a vederli...
Ogni singolo "personaggio" si distingue nel proprio vissuto...però sono tutti sotto un unico "tetto..."
_________________
Al mio pensare non rispondo, al mio guardare la risposta è vuota...
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sorcio
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   29/02/08, 01:39 am

nel titolo la possibilita o la certezza, di trovare il tuo nome, prima o poi nella lista

non il tuo goccia, il tuo di chi legge
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MariellaT
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   29/02/08, 03:26 pm

Ricordavo questa carrellata di folli, eppure nel rileggere ho ricevuto lo stesso pugno doloroso della prima volta.
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Materdea
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   12/06/08, 09:58 pm

la riprendo...
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gocciadisplendore
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   13/06/08, 05:30 am

grazie
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gocciadisplendore
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   13/06/08, 11:23 am

no
ci penso ora
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   13/06/08, 12:43 pm

sì, angeli, ma per il dolore, che ti arriva come un pugno nello stomaco. tu descrivi, io vedo, li vedo e li sento.
E
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Almitra Newton
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   26/06/08, 06:52 pm

sorcio ha scritto:
nel titolo la possibilita o la certezza, di trovare il tuo nome, prima o poi nella lista

non il tuo goccia, il tuo di chi legge


E' proprio così come dici tu, Romeo.

Io, il mio, l'ho trovato, anche se non è un nome di donna...

Mi era sfuggito, questo testo, e il trovarlo così, tutto ad un tratto, ha riaperto vecchie ferite, mai rimarginate del tutto e sempre molto doloranti.

Sulla prosa hanno già detto molto meglio di me tutti quelli che mi hanno preceduto.
Io resto qui, con le lacrime che non riesco a trattenere e col cuore gonfio di sottile disperazione.
Quella che credevo di aver sconfitto e invece sempre cova, sotto la cenere.
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- Almitra -
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"Non sottovalutare l'amore a prima vista:
molti di noi non riusciranno a passare un secondo esame"
(anonimo)
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Alkimias
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MessaggioOggetto: Re: FOLLI. I NOSTRI CORPI QUOTIDIANI   12/07/08, 11:01 am

petali di una umanità densa che fa male. La tua scrittura sempre.
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