Stanza vuota di ospedale, 30 chili di anziano in silenzio sfogliano il corriere, nessuna presentazione, niente sigarette e il caldo torrido. Della macchina rimane un groviglio deforme di lamiere e plastica, esistessero incentivi rottamerei anche il mio telaio in cambio di un corpo nuovo, ecologico.
Qui le giornate non hanno fine, come la pioggia che cade da settimane e che mi ha fatto dimenticare la luce del sole. Queste grandi finestre affacciano su una porzione di piazza di un paese anziano, una chiesa e un parcheggio dove le panchine restano vuote e gli anziani deambulano privi di scopo attorno ad esse, senza pace. Non c’è distrazione ne alcun inganno che possa allontanarmi dai numeri digitali del mio orologio, dal tempo che non scorre, nessuna cosa può farmi dimenticare come mi manchi. Ho mangiato cibi bolliti al sapore di niente, quasi fossi malato e non incidentato, omogeneizzati alla pera, cristo.
Mi stendo e cerco di dormire, nel sogno ti vedo entrare dalla porta di questa stanza, vieni a trovare il paziente amato, raggiante. So che non sei qui, posticipo la disillusione e continuo ad immaginarti, ma questo sonno è troppo leggero e tu stai dissolvendoti. Catturo l’immagine del tuo sorriso e mi preparo ad affrontare la realtà, ad aprire gli occhi e perderti di nuovo. È stato bello vederti.
Avrei bisogno da radermi, di parcheggiare la carcassa sotto il getto continuo di una doccia fredda, qui fa troppo caldo e il bagno puzza di emorragia e di merda.