Tu sei troppo magra, sei ieratica, hai gli occhi del gufo reale, hai un naso adunco, hai uno zigomo da santa e l’altro avvelenato.
Hai una grande testa con tempie incavate e mento appuntito, a protezione di certi pensieri indicibili. Curiosi sono i tuoi capelli, pochi, lisci, lucidi, troppo fini, inconsistenti, timorosi, depressi. Toccandoli ci si accorge di discorsi ed attese che sono rimasti impigliati per sempre.
Le tue labbra sono l’ingresso per l’inferno.
Tu hai spalle e clavicola scolpite in un legno fragile e grezzo, le tue braccia sono troppo lunghe, da scimmia, pesanti, scoordinate. Tu hai le mani come radici, le dita pallide, le unghie piene di vecchie pieghe. Le unghie come artigli. Le vene grandi, spesse, scure, piene di pericoloso sangue.
Il tuo seno è stato dipinto da un pittore cubista perennemente ubriaco, stanco di vivere, rabbioso, con il demonio dentro. Il tuo seno bisogna saperlo guardare.
Nella tua pancia ci sono conficcati dei chiodi che sono stati usati per torturarti ed ora servono per scalarti, per arrivare fino al collo, fino al ramo di un vecchio ulivo che scricchiola al vento. Il tuo ombelico è un buco nero nella memoria, una domanda senza risposta, un’interruzione, una trappola per chi ti ha voluto toccare.
Tu hai due fianchi da bambina, acerbi e stretti, di porcellana sudicia, che non si possono toccare, ai quali è impossibile aggrapparsi, altrimenti si precipita in giù. Le tue cosce, a stare bene attenti, raccontano una lunga e confusa storia, che si dipana di strada in strada, ai confini, oltre le ultime case, lì dove la desolazione si trasforma in strade che sembrano portare verso il nulla. Le tue ginocchia vacillano, cercano sempre e trovano sempre una posizione sbagliata, un ritmo sgangherato, ebete, insulso., sono fatte di carta pesta, incollate alla meglio, sempre sul punto di collassare. Le caviglie sono di ferro arrugginito, che prima o poi cederà facendoti crollare su te stessa. E’ solo questione di tempo, fra una mezz’ora, forse domani. Sulla scarpe ci resti in bilico, rischi di inciampare ad ogni passo. Sono inadatte, grandi e scomode. Sui piedi hai delle vesciche che sembrano stimmate. Per favore adesso fermati e siediti, cerca una pace che tu non conosci.
Il tuo piede destro assomiglia allo zoccolo di una capra, quello sinistro, mi racconti, che ha fatto sognare, che può affascinare. E soddisfatta me lo metti davanti perché anche io ne resti rapito.
La tua schiena è un canyon disseminato di piante grasse dalle spine acuminate, di altre piccole piante che, e5roicamente , resistono all’arsura del deserto, vedo anche pietre e rocce antiche quanto l’inizio del mondo, e dune di sabbia, sabbia tormentata da improvvise trombe d’aria. Ma da lì, alcune volte si può scorgere il mare. Un miraggio, solamente un miraggio.
Curioso è il tono della tua voce, rauco e basso, e improvvisamente stridulo, lacerante, fastidioso.
Mi è capitato però sentirti cantare ed è stato entusiasmante, come se mi trovassi davanti ad un’altra te.
Sembra anche che spesso perdi interesse a le cose che dici, non riesci a legare i pensieri, le parole escono dalla tua bocca, alcune riescono a prendere il volo, altre, assonnate, forse malate, moribonde, cascano in terra e non sono più tue.
Tu dormi come un cadavere, ad occhi aperti, spalancati, immobile, non respiri e sembra che nemmeno sogni. Tu credi di morire ogni volta che hai le mestruazioni, che devi lavarti, che sei costretta ad uscire di casa. Di quale casa?
Tu non possiedi idee tue, ti lasci travolgere da tutto, guardi soltanto e faticosamente continui, aspettando che arrivi il momento, al quale sicuramente sarai impreparata.
Tu non ascolti, tu non hai fame, tu non riesci a prendere, non t’interessa. Tu non possiedi un’ombra tua. Tu non riesci a stare seduta, ferma. Tu respiri in un soffio. Tu hai sorriso cinque anni fa, ma non ti ricordi perché.
Tu avevi una madre ma non ti ricordi come si chiamava e come aveva la faccia. Tu non sei stata piccola. Tu adesso mi racconti di quelle che potrebbero essere le sbarre di una finestra di un manicomio, una scheggia di vetro trovata in un corridoio e premuta contro la pancia, la tua gola spalancata e le tue fragili cosce aperte per forza da chi ti avrebbe dovuto curare. Il filo spinato dentro e per sempre. L’ago conficcato nel braccio come un chiodo che ti tiene appesa alla croce, le labbra secche, la lingua appiccicata, le cosce che si dovranno ancora riaprire a un suo ordine, i passi nel corridoio. La sensazione di avere le gambe sospese nel vuoto. Tu sei proprio sicura che la Madonna ti ha parlato.
Il corridoio della corsia è pieno di echi e di lamenti invisibili, investito da un violento raggio di sole. Tu, sulla panchina fuori del reparto, nell’erba alta a fissare un muro scrostato e ripetere una sola e incomprensibile parola. Sempre quella.
_ Mare? _
E’ ora di uscire, con gli occhi scavati e la paura, è arrivato il momento di varcare il cancello e camminare insieme alla gente della città, è ora di ritornare in nessun posto, cercando forse un’altra panchina e un’altra parola da dire.
Mi passi accanto e ti sorrido.
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Gli altri siamo noi