La mia è una missione, una seria e doverosa intenzione di cambiare il mondo, l’intenzione di svegliarlo, di farlo finalmente reagire. Un messaggio d’amore a tutto campo. Sono stanco e dispiaciuto di vedere passare, sotto la mia finestra, un esercito di depressi, tesi, rassegnati e sofferenti, chiusi in se stessi, serrati, assolutamente passivi, remissivi, paurosi. E l’amor proprio dov’è finito? E quel minimo d’orgoglio ? Pecore insomma, pecore ubbidienti in balia di ogni cosa. Come il vento gira si girano loro. Tutti. Incapaci di alzare la testa e di digrignare i denti, molli e servili, tristi, tristissimi.
Ma io ci penso a loro, ho compassione, mi fanno pena e tenerezza, sono il prodotto di un mondo malato. Allora mi spremo il cervello, elaboro ed escogito una strategia alla mia portata. Uno stimolo, una frustata, per il loro bene, per non invecchiare anzi tempo, per recuperare quel poco di vita che ancora scorre nelle loro inutili e timide vene. Bene, ci penso e mi organizzo.
E comunque, per il mio progetto geniale, è fondamentale l’agilità, la velocità, i riflessi pronti, il fiato, la corsa, e un po’ di fantasia. E’ così che, per amore degli altri, la mattina presto, quando la città ancora dorme, mi metto di buzzo buono a macinare chilometri, sotto la pioggia o il sole non mi fermo. Sudo e dimagrisco, e mi guadagno un corpo da velocista, un fulmine, un vero atleta, più magro e più pronto per darmela a gambe.
Scendo in strada e si comincia a ballare.
Il primo è un vecchio, un vecchio e il suo bastone, la scelta più facile. E’ curvo, gobbo, cammina a piccoli passi, arranca e suda, respira a fatica, a fauci aperte. Gli occhi sono socchiusi, concentrati in quel passo e in quello dopo, la testa gli pende in avanti, grossa e pesante, le ginocchia gli sbandano da un lato. Si ferma adesso, spalanca gli occhi, può anche essere che smetterà di vivere lungo la strada. E’ uno strazio vederlo rassegnato sotto il peso dei suoi anni. Se lo merita, comincerò da lui, il mio primo esaltante messaggio. Gli altri siamo noi, sissignore, ed io devo osare!
Mi avvicino, lo osservo di sguincio, ma non alza la testa, lo supero, mi fermo, mi preparo, e ritorno alle sue spalle. Gli sono addosso, addosso al suo orecchio destro che di sicuro non si aspetta la sorpresa. Sono pronto a fare quello che ho provato infinite volte davanti allo specchio. Mi esibisco ora, sotto voce lo faccio.
_ Ciao rincoglionito, ciao buccia inservibile, sei già morto? Stai andando? Ti ci mando io al Creatore o fai da solo? Lo gradisci un calcio nelle palle adesso? _
Non reagisce, non ha sentito niente, cambio orecchio allora, gli giro di dietro.
_ Rincoglionito come va? Lo vuoi il colpo di grazia? Fammi vedere come riprendi vita. Un ultimo guizzo, un po’ di coraggio ? Suvvia buccia reagisci _
Si drizza in piedi, alza il bastone, due giri in alto e colpisce ed io non faccio a tempo a fuggire. Affonda di punta con forza inaspettata, precisione e cattiveria alla bocca dello stomaco, la mia. Due volte o cinque. Cado, sono sorpreso, ho la sua scarpa sul naso. E’ inferocito. Ecco, sono contento, mentre sputo il mio dente. Il risveglio del vecchio c’è stato. Mi rialzo, grondo sangue, scappo e sorrido, gli ho rimescolato la giusta e sacrosanta incazzatura, un soffio di necessaria vitalità, la mia medicina. Un regalo. Bella la prima prova, si continua.
Quindi, deciso, arrivo dritto fino a piazza della Moretta, dove un grande albero di tiglio, venuto fuori, a dispetto del marciapiede, difende con la sua ombra una panchina storta e moribonda. Lì seduta c’è il simbolo della rinuncia, la resa senza condizioni in persona. C’è l’abbandono. E’ seduta circondata dai suoi stracci e cartoni, un giorno lontano possedeva anche un’età. Guarda il suo pezzo di pane secco e ammuffito, lo tiene incredula con le sue mani lerce e, lentamente, lo avvicina alla bocca, indifesa anche quella, senza denti. Nel suo sudicio orecchio il mio bisbiglio.
_ Lurido cencio, questo pane è il mio _
Glielo sfilo dalle mani e lo lancio per strada. Lei non si muove, forse un poco piange. No così non va bene, la benedetta reazione non c’è, è urgente che io ricominci. Mi riavvicino e le sussurro ancora.
_ Ti darò fuoco, lo farò adesso _
Ma aldilà della strada sento gridare.
Due grandi gambe e due braccia impazienti hanno intenzione d’arrivarmi addosso, vogliono farmela pagare davvero. Ed anche un altro, fermo e mummificato davanti al negozio del tappezziere, si muove, all’improvviso reagisce, grida.
_ Maledetto schifoso razzista, massacratore, maniaco _
Me le dicono tutte, devo correre, vado, per un pelo non hanno il mio scalpo. Ecco qui, sono felice, la mia frusta funziona a dovere, ho finalmente ragione e amore da vendere. Decido.
Il mio deve essere un lavoro a tutto campo, questa è una città che ospita anche intere carovane di stranieri, sono a Piazza Venezia e comincio a correre, mi getto a capofitto in un grumo di folla, una comitiva in viaggio, con cappelli e fazzoletti dello stesso colore. Tiro schiaffi e spintoni, sussurro oscenità. Scappo via veloce come il vento, dietro di me perplessità, rabbia e vera e autentica furia. Ritorno ancora indietro e mi concentro su una fermata del tram molto affollata, mi getto là in mezzo a mani aperte, tiro giù tutti. Sussurro
_ Salve schiavi, come va? _
_ Sono venuto a spezzare le vostre catene, popolo di codardi _
Ancora con l’affanno, esco dal vicolo che s’inserisce sul corso Vittorio Emanuele, sul fiume in piena di automobili e smog, dove il rumore dei motori e le sirene delle ambulanze la fanno da padrone. Attraverso le strisce infilandomi in una processione di sguardi bassi e di pensieri annebbiati. Vanno e vengono piedi di tutte le misure.
Cammino al fianco di una donna, a due, a dieci che dondolano le braccia e le borse, infilate in un loro oscuro e personale tunnel. Lei ha i capelli di nessun colore, gli occhi bellissimi di una bambola triste, la carnagione bianca, le cosce tese e nascoste da una brutta gonna e due seni tenuti prigionieri. Sono pronto, lo faccio, sottovoce.
_ Ciao Troiona, l’hai gustato anche oggi, quante volte? La puoi dare anche a me? _
Sobbalza, ma si riprende.
_ Certo, ma perché no? _
Me lo dice senza nemmeno girarsi a guardare.
Passiamo le strisce e una mia mano è già sul suo sedere. S’infila in un portone, invece di desistere e darmela a gambe finisce che la seguo.
Appena entriamo nella penombra mi piego sotto i colpi della sua borsa possente, pesante come il piombo, Sanguino e sono in ginocchio davanti a lei.
_ Continua, cosa stavi dicendo ?_
E picchia e insiste con decisione e perfidia. Mi prende a calci adesso. Colpi su colpi senza un grido di rabbia, poi arriva altra gente, spunta dal buio, mi trascinano fuori. Ci guardiamo e scopro il suo dispiacere. Le manette e le sbarre, ed io che tento di spiegare ad una faccia di alluminio qual è la mia missione.
Lo dico sotto voce
_ Non le avrei torto un capello, l’ho fatto per svegliarla, per allenarla a reagire, per vero amore insomma _
_ Mi sa che lei si è bevuto il cervello!_
_ Questo è un fatto _
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Gli altri siamo noi