Ero abituata a cambiare scuola, frequentavo la quarta elementare ed era la quarta scuola che cambiavo, in pratica una all'anno.
Ero passata dalla moderna scuola Giano Grillo a Genova ai banchi in legno dei Nebbioli di Gavi. La terza l'avevo frequentata a Novi Ligure alla Pieve.
Sinceramente ero un po' stufa di cambiamenti, mi mettevano in ansia. Ogni anno dovevo ricominciare: maestra nuova, compagni che non conoscevo. Tutto l'ambiente in generale ogni anno per me mutava.
Il primo giorno a Serravalle fu come sempre all'insegna dell'apprensione. Ero stata con mia mamma ad iscrivermi il mese prima, ma ora mi incamminavo sola su per Salita cappuccini, con la cartella di cuoio in mano . Indossavo il grembiule bianco, avevo riposto quello nero dell'anno precedente in un armadio. Ogni scuola aveva le sue divise. Qui le femmine indossavano il virginale bianco ed i maschi il giubbotto nero. Sul petto avevo il distintivo di plastica che indicava la mia classe in numeri romani azzurri, una sorta di cartellino di identificazione, e sotto il colletto anch'esso di plastica rigida, avevo dovuto mettere un enorme fiocco rosa. Mi dava un po' fastidio, e mi sentivo un uovo di Pasqua ma l'uniforme era importante, guai a non essere in ordine! Ci avevano raccomandato di attenerci scrupolosamente alle regole d'abbigliamento previste.
Quando arrivai, sola e nervosa alla fine della salita, mi soffermai a guardare l'edificio scolastico.
Era grande e si affacciava alla fine del corto viale di tigli. Era disposto a ferro di cavallo, un'ala centrale alla quale si accedeva da una gradinata di quattro scalini e due laterali. sul davanti il piazzale era bello e spazioso e dietro alla costruzione si intravedevano gli alti alberi del bosco che si trovava a ridosso. Notai le finestre grigie che contrastavano col giallo ocra dell'intonaco. Tutto l'insieme era un'immagine rassicurante e mi rilassai un poco. C'erano già molti bambini che aspettavano il suono della campana per entrare. Sapevo di essere stata assegnata alla quarta classe mista. Dovevo chiedere al bidello dove mi dovevo dirigere. Quando finalmente entrammo, il bidello, un uomo dall'aspetto burbero che si chiamava Oreste, mi accompagnò lungo un largo corridoio sull'ala destra dell'edificio; lì mi consegnò alla mia ennesima nuova maestra. Lei mi guardò un attimo con aria annoiata e mi indicò un posto libero vicino ad una ragazza alta, probabilmente ripetente.
Mi sedetti e mi guardai intorno. La classe era numerosa e non conoscevo nessuno. C'erano nei primi banchi bambini di altezza giusta per l'età, mano mano che si andava dietro le altezze aumentavano e i comportamenti dei ragazzini peggioravano. Mentre quelli seduti nei banchi davanti stavano composti, quasi rigidi, quelli i dietro si dondolavano sulle seggiole troppo piccole e vi si stravaccavano. Alcuni stavano già preparando le palline di carta da sparare con le cerbottane che tenevano nascoste sotto il giubbotto. Cerbottane singole e doppie ,colorate e a righe. Mentre guardavo, un tipo alto con i capelli neri mi fece segno di stare zitta e mi minacciò con la mano. Ero annichilita. Mai avevo visto una tale indisciplina nelle scuole dove ero stata fino ad allora. Al posto del silenzio al quale ero abituata si udiva un brusio continuo e la maestra pareva non se ne accorgesse.
Fece l'appello poi cominciò a scrivere alla lavagna. Quando ebbe finito si sedette, noi dovevamo copiare tutto. Dopo dieci minuti non sapevo più cosa fare. Tentai un approccio con la mia compagna di banco che nemmeno mi rispose e mi guardò da sotto in su con lo sguardo vacuo. Avrei voluto fuggire e tornare alla mia vecchia scuola, là avevo già delle amiche e l'insegnante mi apprezzava e mi voleva bene.
La prima freccia mi arrivò all'improvviso sul collo, urlai e mi girai. Il ragazzo con i capelli neri era immobile, un'espressione di scherno sul viso.
-Cosa c'è? Disse stancamente la maestra. Io cercai di giustificare il mio grido e raccontare ma lo sguardo minaccioso del ragazzo mi fece cambiare idea. Così tergiversai e la maestra , che non voleva grane , fece finta di nulla.
Quando suonò l'intervallo si formarono i soliti gruppetti, io mi alzai e mi stavo avviando verso la finestra col mio pezzetto di focaccia in mano,credendo di essere costretta a passare quei minuti in triste solitudine quando mi si avvicinò una ragazzina cicciottella , con i capelli neri tagliati a caschetto e una fascia rosa che glieli teneva in ordine e mi disse:-Ciao. Come ti chiami?
Io la guardai grata e facemmo amicizia. Carmen fu la mia prima amica in quella classe , poi ci fu Riccardo che era bravissimo in matematica e a risolvere i problemi ci metteva un secondo. Mario,il ragazzo moro continuò a tiranneggiarmi tutto l'anno:mi toglieva la sedia da dietro, mi lanciava palline di carta, mi dava scappellotti e pizzicotti . Ma non era cattivo, semplicemente non sapeva che cosa fare a scuola. Nessuno si interessava a noi come persone , dovevamo soltanto sembrare delle spugne che assorbivano le poche spiegazioni . Non so chi fosse l'insegnante di quell'anno, non la ricordo. Ho dimenticato il suo aspetto fisico , la sua voce ed il suo nome. Di lei ricordo solo una cosa:lo sguardo indifferente quando uno dei miei compagni che soffriva di epilessia aveva gli attacchi. Noi le dicevamo.-Signora Maestra, Antonio sta male! E lei rispondeva :-Ma sì , ma sì, poi gli passa.
Per fortuna alla fine dell'anno arrivò la maestra Elena Montessoro e le disse che l'anno dopo io sarei stata trasferita nella sua classe, nella sezione femminile. E mi salvò.
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"Bisogna prendere speciali precauzioni contro la malattia dello scrivere, perché è un male pericoloso e contagioso." Pietro Abelardo