Camminiamo per strade che un tempo ci videro ragazzi, echeggiarono forti delle nostre voci, delle nostre celie, delle nostre risa; furono mute spettatrici di corse, di giochi o liti improvvise come acquazzoni d’estate.
Ora carpiscono leste ogni pensiero, ogni parola di noi – resi saggi e mansueti dagli anni –, scorgono i nostri sorrisi su ruvide labbra, le nostre paure tra solchi profondi del viso.
Ogni pietra, ogni ciottolo, ogni muro ci scrutano oggi smarriti, sembrano quasi aspettarsi qualcosa: forse sapere il perché del loro cambiamento. Nel nostro aspetto, infatti, vedono il loro, non più florido e bello.
Queste strade, dunque, sono mutate? Sono invecchiate con noi?
Ma no!
Sembrano uguali a com’erano prima, e certamente lo sono.
Noi le vediamo diverse in quanto diverso, ormai, è il nostro modo di guardare; le percorriamo non più vociando, né ridendo, né correndo, ma quasi in silenzio, affranti, con passo stanco.