La colonna fecale dell’intero palazzo passa dalla mia camera da letto, a ridosso della biblioteca che mi sta di fronte. Più di cinquecento libri addossati e incastrati e spinti a forza negli scaffali che, per lo sforzo, si sono piegati, sono gonfi, al collasso. Sono lì a sostegno e in apprensione per il mio sapere e a difesa di me stesso dagli escrementi di un palazzo di dieci piani che a tutte le ore del giorno e della notte svuota le viscere con sospiri di evidente godimento e che si possono sentire distintamente nel cortile.
Ho sbagliato lo so ! Non avrei dovuto collocare lì il mio letto, le mie letture e il mio riposo, ma ormai il danno è fatto e il più piccolo gesto sbagliato in quegli scaffali potrebbe causare una catastrofe, una reazione a catena sulla mia camera, la mia casa, sul mio sonno, i miei sogni, sull’intero mio sapere accumulato.
La paura che la biblioteca possa da un momento all’altro cedere sotto la pressione degli intestini dei miei coinquilini, ha finito per rovinare il mio sonno, mi assopisco sempre con un orecchio e un occhio vigili e stressati. Sensi di colpa a iosa verso quei nomi illustri che ospito e costringo davanti a me, le loro parole scritte e il valoroso sforzo del loro sapere.
Proprio di fronte a me, respira a fatica, oppressa dalla polvere e dello spazio ridotto a zero, una vecchia enciclopedia letteraria rilegata in rosso, prepotentemente addosso ci stanno tutti gli altri. Camus con la sua peste encomiabile, lancia plateali invettive. Tomas Mann, tutto preso della esagerata e incensata supponenza della sua personale Montagna incantata con il termometro in bocca e il mostro poetizzato della tubercolosi dichiara che i miei scaffali lo offendono, che la sua opera non deve servire a trattenere la cacca.. Troppo di troppo.. Proust e i suoi sproloqui sul volo di una mosca, non sanno che farsene dei miei piccoli ed insignificanti problemi. Rimbaud continua a menare il can per l’aia come se l’incombente tragedia non lo riguardasse minimamente. Joyce se la canta e se la suona soffocato e intossicato dal suo stesso indecifrabile respiro, ch’è ormai diventato veleno E Sartre che continua e continua a sbattere la testa contro il suo muro, troppo sicuro della sua genialità. Kafka è in alto a sinistra, trasformato in un insetto schifoso, rovesciato su se stesso e spiaccicato da altre mille pagine non certo di suo gradimento, costretto ad avere premuto contro uno zigomo un Carlo Mark che declama fastidioso e indigesto. Tutti incazzati e incastrati gli uni con gli altri, fusi, alteri, costretti, schiacciati, compressi.. L’esoterismo e la socialità della danza è rimasto infilato a metà, ferito nel suo amor proprio per le troppe pagine lacerate. Più volte ho provato inutilmente a spingerlo fino in fondo. E’ rimasto in bilico, fortunatamente immobile, in perenne agonia. Temo anche per una preziosa edizione della storia della fotografia, l’ho vista inclinarsi insieme alla mensola che la deve soreggere. Flaiano si è invece incollato con le parole scritte e fondamentali di Elsa Morante, alla mia preziosa collezione di fumetti pornografici, talmente è forte la pressione che hanno dovuto sopportare, che alla fine sono diventati un solo volume, un’inchiappettarsi continuo e inevitabile.
E quindi, più in alto un catalogo dell’arte moderna italiana vuole comandare, e, da solo, si è posizionato su un’edizione del Vecchio Testamento, che io non ho comprato, non ho voluto di certo, che mi è stata forse regalata per forza, oppure, dimenticata con perfidia, è misteriosamente salita, arrampicata per suo conto fino al terzo scaffale, quello più sofferente. E l’ammucchiata di vecchie fotografie , scatole e ninnoli non vogliono cambiare posto, intasano, si sentono parte in causa e intendono competere con tutte quelle parole, nel faticoso compito di reggere la parete dal continuo pericolo incombente. Due scatole di legno, un uovo di pietra, un piccolo pinocchio senza una gamba, avanzo della mia complicata giovinezza, appoggiato addosso ad una matriosca russa, inutile ricordo di un viaggio mal digerito, un colosseo imprigionato in una bolla di vetro.
E un vecchio testo di grammatica francese ostile a tutto e a tutti, odioso anche al tatto , in continuo conflitto con il resto. Di sotto anche Catullo, Virgilio e Omero, si rendono conto della spiacevole situazione, non capiscono perché io non voglia portarli in salvo, solo loro, il resto poco conta, il resto può essere sacrificato. Con che cuore posso mettere in pericolo le opere classiche? Un mare di carta è arrabbiata con me, s’innervosisce, mi si accusa di codardia, di disprezzo continuato per la cultura, di menefreghismo. Ma nemmeno per sogno!
Sono le otto di sera, avverto anche senza aprire la finestra, gli svuotamenti delle pance, tutti insieme gli scarichi. Ho paura del peggio, spalanco la finestra e grido
_ Non tutti insieme, non tutti insieme_
Ritorno a guardare gli scaffali. Mi pare di sentire uno strano vocio, anche dei lamenti, una, due, un groviglio di parole dal significato oscuro, una fatica, un terrore palpabile, la consapevolezze di un’imminente tragedia. Una mensola pare spostarsi ancora, scricchiolare impercettibilmente. Shakespeare mi chiama, mi avverte,Sgomita con la storia della pornografia con la quale non ha mai smesso di questionare, alla fine m’insulta. Sulla destra, in basso, a ridosso di un’immaginetta di papa Giovanni XXIII, un libro, il solito, smadonnando e spingendo, si vuole sfilare dal gruppo, Ferdinand Celine, in quel mucchio di forzati snob che si credono semi dei non ci vuole rimanere, anche a costo di far crollare tutto. Lui non piace alla biblioteca e la biblioteca dà sui nervi a lui, tutti quei nomi e titoli lo imbestialiscono e non lo considerano degno. Lui scrive schifezze, si diverte, c’impazzisce sopra e non ne va sicuramente fiero. Lo guardo sfilarsi, m’infurio, cerco di spiegargli che se lo fa rischia di far esplodere il resto. Ferdinand ovviamente se ne frega. Lo spingo indietro ma le sue pagine già piene d’improperi si ribellano, si piegano e si gonfiano, pazzo di un Ferdinand, sempre così, per tutta la sua vita, un maledetto bastian contrario. L’intera biblioteca s’inarca ancora. Ho paura la guardo fissamente, sento il portone che si apre e si richiude, poi i passi dell’inquilino del secondo piano, proprio quello che vale per quattro, ch’è grasso come un ippopotamo. Ha cenato tardi, s’è mangiato un bisonte e sicuramente troppo c’ha bevuto sopra, questa sera come tutte le altre. Intravedo la fine ma non posso fermarlo. Forse la cena l’ha già buttata fuori per strada? Possiamo fidarci e dormire tranquilli? Ferdinand sogghigna, lui la sà lunga la sa! E’ ancora per le scale, lo inseguo.
_ Come va, Il ristorante era buono, la cena abbondante?_
_ Uelà, sapesse che parmigiana, ne ho mangiata un quintale, d’altra parte è l’unica che mi aiuta ad andare di corpo, lei li conosce i miei problemi mi pare? _
Quello che proprio non deve succedere. Ci vuole un’astringente.
_ Posso offrirle un bicchierino, un succo di limone magari? _
_ Non si disturbi, la saluto che vado di corsa _
Fuori dai denti lo apostrofo come si deve.
_ Carogna!_
Apre la porta di casa e scompare ed io torno di corsa in camera pensando alla parmigiana, alla sua enorme quantità, al peggio che potrebbe accadere. Si sente un primo tonfo, poi nulla. Riapro la finestra e gli urlo dal cortile.
_ Aspetti fino a domani mattina, la prego! _
Ma un secondo tonfo, modulato, più lungo, con gli applausi invisibili di tutto il vicinato. Il muro ha un fremito, una scossa più forte. Un sottile rigagnolo marrone si affaccia proprio dal Vecchio Testamento e dal resto della biblioteca un coro perentorio.
_ Ferma l’idiota, mettigli un tappo, fai finalmente qualcosa _
Non faccio mica a tempo, che altri boati arrivano, bombarde, fuochi d’artificio, cannonate in un ultimo concerto in onore della catastrofe.
La carta, le rilegature, le parole a migliaia, le statuette, le fotografie, esplodono e si spargono, confuse e mischiate a una melma marrone. La biblioteca e i suoi scaffali disintegrati, polverizzati, scomparsi, al suo posto una voragine e una melma che, rapida inonda e riempie la mia stanza e la casa. Un muro portante non regge, anche il suo angolo, il soffitto e il tutto il resto che ne segue.
L’appartamento crolla, la mia casa disfatta ed uno sull’altro cedono i pieni di sopra, la tromba delle scale. In men che non si dica, l’intero palazzo è distrutto e affogato. I suoi inquilini sterminati dai loro stessi dolori di pancia, dalla guerra totale contro di me e le mie notturne letture. Brandelli puzzolenti del Vecchio Testamento, ottuso e violento, sono adesso nella bocca di un cane che, all’incrocio, lotta per non essere sommerso. Una pagina sola della Montagna incantata, quello che tragicamente ne è rimasto, naviga in basso, nel buio della fogna, verso l’abisso. L’insetto di Kafka chiede ospitalità, appiccicato alla finestra di un gabinetto del palazzo di fronte, che ha retto a mala pena all’esplosione. Io mi ritrovo per strada che a fatica mi riesco a tenere a galla. Sulla testa ho il libro di Ferdinand Celine, l’unico intonso, l’unico che miracolosamente s’è salvato e se la sghignazza di gusto.
_ Finalmente liberi _
Mi dice Ferdinand
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Gli altri siamo noi