Il trillo infantile del telefonino mi ricordò che ero un essere umano, e che il letargo è cosa animale.
I secondi che seguirono furono come sempre devastanti: salivazione azzerata, rutto libero, grattata insistente al cuoio capelluto e successivo esame visivo. Tutti era in ordine e funzionante.
“Daniele, oh Daniele …Giorgia chiama Daniele, ripeto, Giorgia chiama Daniele!”
“che vuoi Giorgia, è l’alba!”
“alba? L’alba non dovrebbe terminare diciamo verso le sei, sei e mezza al massimo? Mi sa che son le due, o meglio, le quattordici”
“io li odio quelli che dicono le quattordici, le quindici e via dicendo, che vuoi? Su!”
“niente, passo a prenderti, vestiti”
Evidentemente mi aveva chiamato da sotto casa perché dopo pochi secondi il videocitofono iniziò a suonare.
“in bianco e nero sei davvero brutto, Giorgietta mia”
“fanculo, apri stronzo”
La vidi sorridere con mille e settecento denti e poi fare la linguaccia.
Mi amava Giorgia.
Io non amavo lei.
Aprii la porta e andai in camera da letto.
Sentii i suoi passi nella penombra delle tapparelle semi-abbassate.
Entrò in camera e mi bacio il collo. Io continuai ad abbottonare la camicia.
“la tolgo?”
“no vestiti, devo parlarti”
“parliamo”
“vestiti, ti aspetto in cucina, lo vuoi un caffè?”
“no dai, lo prendiamo al bar, giù”
“ok”
Guardavo Giorgia illuminata dalla luce artificiale dentro l’ascensore, la sua pelle era brillante e apparentemente delicata.
Il sedere, un’autentica meraviglia, era tagliato a metà dai suoi capelli neri e lisci.
Per strada tornai a osservare la luce nei suoi occhi, mi sembrava diversa. Alterata.
“dai sediamoci qui”
“ma no dai, si vede il balcone di casa”
“e quindi? Che male c’è?”
“ma no, niente, però sai, il balcone è di casa mia”
Mi zittì con un gesto della mano.
“farnetichi?”
“si”
“perché, sei nervoso?”
“si, e non so il perché, stasera? Impegni? Se vuoi dopo torniamo in casa…”
Sorrisi allusivamente. Come solo certi maschi idioti sanno fare.
“devo dirti una cosa, e dopo, non so se ne avrai voglia”
“e che può essere di così grave, di così trascendentale”
“non le sai usare, tu, certe parole”
“scema”
“scemo”
Sorrise.
Io ricambiai, e poi chiamai il cameriere con il solito gesto, inutile e offensivo.
Lui che mi conosceva bene e sapeva quanto fossi arrogante, ci mise un po’ ad arrivare. Pareva improvvisamente indaffarato.
Presi le chiavi che avevo nella borsetta di Vuitton, e con il telecomando iniziai ad aprire e chiudere la macchina.
“se vuoi, prendo la moto e andiamo a fare un giro”
“no, no, adesso devo dirti una cosa”
“che fretta hai?”
“un po’ ne ho, e smettila di aprire e chiudere la macchina, l’hanno vista tutti, le ragazzette ti stanno guardando, tranquillo, e poi siediti composto, ma che mocassini hai?”
“comprati ieri, ti piacciono?”
“mostruosi”
“bellini eh?”
“si, un’autentica cagata!”
“ma che dici, sono viola, si usano”
“viola addobbo funebre, intendi”
E poi rivolgendomi al cameriere che stava arrivando: Tu, dico a te, ti vuoi muovere”
Quello mi guardò in modo strano e poi si rivolse a Giorgia.
“signorina che prende?”
“un caffè, sì un caffè, e lo scusi”
Il cameriere fece una smorfia, e mi guardò.
“ e lei signore?”
“caffè freddo con panna, panna fresca ovviamente, non quella colata acida che servite di solito”
Giorgia mi diede un calcio, e mi fece male.
“ma che sei idiota? Sai quanto mi costano questi pantaloni?? Idiota!”
“io non so come ho fatto a prendere una cotta per te!Sei un coglione …ecco che sei! E io dovrei crescere un figlio con te?”
“un figlio?”
“sì un figlio, sono incinta coglione!”
“un figlio?”
“sai ripetere solo: un figlio?!”
“come un figlio, ci sarà un errore, sì un errore, i medici fanno spesso errori”
“nessun errore, tu il pisello evidentemente lo usi a tromba!”
“che vuol dire a tromba?”
“certo, nei circoli che frequenta quel frocio di tuo padre, queste espressioni, come dire, terrene, non le usate eh!”
“come …un figlio?! e poi la tromba?”
Giorgia mi guardò negli occhi, quegli occhi che non avrei più dimenticato, sorrise, si alzò e andò via.
“ e tu che cazzo guardi cameriere di merda”
“ma vaffanculo”
E mi diede un pugno così forte che il dolore successivo mi sembrò profondo e ossessivo; poi scomparve in un modo strano, come se avesse sbagliato viso. Sentii intanto le mie parole, sdoppiate da me. Inclinate da un odio che non provavo.
“ma che hai fatto, sei un pazzo!Tu non sai chi sono io! Io mi chiamo Daniele Burgo Brambilla!”
Il cameriere rimase un attimo a pensare, poi mi colpì con un secondo gancio.
Caddi portandomi dietro il tavolino e un paio di sedie.
Rimasi a terra per un tempo che mi sembrò interminabile, poi il proprietario mi fece rialzare e rivolto al cameriere disse: Tu sei licenziato.
Chiesi scusa e andai via.
Chiesi scusa.Camminai per qualche isolato tenendo la testa bassa, poi alzai lo sguardo e vidi una strana luce sulle vetrine.
Era abbagliate, ma sparì subito. Dopo guardai il cielo e vedi le nuvole colorate con un grigio stanco, scuro e indecifrabile. Poi sentii i primi tuoni.
Rimasi fermo.
Iniziai a camminare, piano, quando le prime gocce ebbero bagnato la camicia bianca che indossavo.
Pensai che avevo chiesto scusa per la prima volta. Pensai a molte cose dopo, e a Giorgia.
Ebbi l’assoluta certezza che avrebbe abortito, ma avevo paura.
Un’intima ed inesplorabile paura, nuova per me.
Un figlio.Avevo pensato di cambiare la villa a Gallipoli, e poi di comprare un nuovo Suv.
Ma a un figlio no, non c’avevo mai pensato.
E poi Giorgia. Io non l’amavo.
Continuai a camminare fin quando i primi starnuti non mi richiamarono dal limbo in cui ero caduto.
Lasciai che la notte arrivasse piano, poi tornai a casa.
Un figlio.Io non lo volevo, un figlio.
Poi i giorni passarono e tornai ai miei ritmi, e quel pomeriggio mi sembrò un sogno, o meglio, un incubo da cui mi ero svegliato.
Sperai di non incrociare più gli occhi di Giorgia, quello sguardo che mi condannò, e che rimane l’ultima immagine che ho di lei.
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un giorno prenderemo dei treni che partono (Blondin)