Finalmente è arrivato il momento. Ho conosciuto una ragazza, Claudia, molto carina, simpatica ed intelligente.
Sempre impegnatissima, fa l’architetto nello studio del padre, gira come una trottola, ma appena può mi chiama. Ha anche una gran bella voce.
Ho cercato di non farmi prendere troppo la mano, perchè non fa bene, in fondo sono un single, quindi in qualche modo devo usare le armi e le tattiche giuste.
Ci siamo già incontrati una volta, è bastato per il solito scambio di numeri, che questa volta ho controllato con cura prima di memorizzare.
Sono davvero contento, perchè ci vedremo questa sera. Giusto per un aperitivo, perchè poi ha delle cose da fare per lo studio, ma è più che sufficiente. Passeremo insieme un pò di tempo, quattro chiacchere, insomma, nulla di impegnativo, giusto un mattoncino per questa conoscenza che promette bene.
L’appuntamento è per le sei e mezza a Milano 3, al Centro Commerciale. Lì c’è un bar molto carino, con un bel dehor che guarda sul laghetto di questa città finta.
Arrivo qualche minuto prima. Oddio, qualche minuto. Sono lì alle sei. Sarò mica in ansia? Beh, forse, ma non importa.
Faccio circa otto volte il giro di tutto il comprensorio, non è grandissimo, ma viaggio lentamente, non so perchè ma non voglio arrivare per primo, semmai un attimo dopo.
Strano, a volte mi complico le cose per renderle più semplici.
Mentre continuo il periplo di Milano 3 intravedo la sua macchina, una Mercedes Classe A, con nonchalance mi accodo, alla giusta distanza. Ovviamente arriviamo al parcheggio insieme. Ci scambiamo uno sguardo e un sorriso. Dopo un istante siamo faccia a faccia. Una stretta di mano, bacio sulla guancia.
“Ciao, come stai?”.
“Bene, bene, un pò stanca ma bene”.
Ma non dovrebbe aggiungere “e tu?”. Vabbè. Tanto si vede che sto bene.
Comunque è una donna di classe. Si vede. Ben vestita, molto curata, anche negli accessori, il modo di camminare, come parla.
Qualche istante e siamo seduti al tavolino del bar, davanti al laghetto, pieno di anatre, i bambini che corrono in bicicletta sul ponte in legno che lo attraversa, l’aria tiepida di questa serata. Insomma, un’atmosfera perfetta.
Ordiniamo due aperitivi. Intanto chiaccheriamo. Del più e del meno, le solite cose, il lavoro, il tempo, “carino qui, un bel posto”, “si, carino davvero”. Intanto arriva il cameriere con il vassoio deposita i due bicchieri, i piattini con i salatini e con un sorriso si congeda da noi.
“Grazie” dico io. Lei lo guarda con aria di sufficienza.
La nostra conversazione si sposta piano piano verso gli aspetti urbanistici interessanti di questa specie di cittadella, un pò isolata ma con alcune intuizioni geniali. Da lì la conversazione si sposta sulla grande avanguardia di inizio secolo, il Bauhaus.
“Cosa ne pensi?” – mi chiede decisa.
Mi trovo a mio agio parlando di architettura.
A me è sempre piaciuta.
“Penso che il razionalismo introdotto dal movimento sia stato…” .
Suona un telefonino, suo, perchè il mio è spento.
“Scusa” – dice lei con un sorriso di circostanza.
Io sorrido a mia volta e prendo dal piattino un salatino. Uno di quelli secchi, con i semini di cumino sopra. Mastico lentamente e mi guardo attorno. Non ascolto la sua conversazione, del resto parla piano e girata dall’altra parte.
Sorseggio il mio Martini e mastico. All’improvviso, non so neppure come, un seme di cumino mi si infila tra due denti. Non è proprio piccolissimo e mi dà anche fastidio.
Claudia chiude la conversazione e mi dice, radiosa, “Rieccomi, scusa, sai, l’ufficio”. Io le sorrido ma non riesco a parlare.
Con la lingua sto combattendo una battaglia epica contro il semino, ma più io spingo e più quello si infila tra i denti.
“Stavamo dicendo… “ – cinguetta lei e di nuovo il telefonino suona. Le lo guarda e sussurra… “scusa.. .Daniela.. la mia amica” e mi sorride ancora.
Bene, ho recuperato qualche istante per le mie manovre anti-semino.
Mi dà troppo fastidio, non resisto, ma non posso usare uno stuzzicadenti, non davanti ad una donna tanto raffinata.
Non oso pensare a come appaia la mia faccia dal di fuori: probabilmente sto facendo smorfie come un macaco innevorsito, ma devo assolutamente liberarmi di questo ingombro interdentale che comincia ora a farmi innervosire. Mi accorgo di essere completamente concentrato sul semino, ho lo sguardo annebbiato e comincio anche a provare un certo imbarazzo, ma lei è sempre al telefono.
La pausa però dura poco. Lei chiude la conversazione.
Mi guarda e sorride. Che bel sorriso, è decisamente carina. Spalanca i suoi occhioni verdi, sembra quasi che prenda il fiato per parlare e mi dice “scusami, scusami tanto ma devo chiamare una persona, è importante”.
“Certo, fai pure” - biascico io con la lingua ormai ferita, visto che me la sono morsicata due o tre volte nella battaglia.
La vedo che armeggia con il telefono, alla ricerca di un numero che però non deve avere in memoria. Solleva la testa, mi sorride ancora e quindi si tuffa nella borsetta, dalla quale estrae una piccola agenda che prende a sfogliare.
Vedo che non prova il minimo imbarazzo, si fa tranquillamente gli affari suoi.
Del resto io ho bisogno di tempo, qualche minuto, per tentare una strategia nuova. Se il semino a spinta non viene fuori, provo aspirando, insomma tendando di aspirare il maledetto, facendo passare l’aria tra i denti, ma senza fare alcun rumore, di nessun tipo.
Del resto lei mi sembra piuttosto concentrata nella sua conversazione, che io non sento perchè non voglio ascoltare, per delicatezza.
Il semino è sempre lì, oramai solidamente conficcato nello spazio tra i due incisivi superiori, anzi, temo persino che sia visibile dall’esterno, una cosa orribile, un pò come le macchie di rossetto sui denti di quelle che hanno la mano che tremano quando si truccano.
“Ti stavo dicendo, ci sono oggi nuove tendenze nell’arredo urbano… “ – driiiinnnnn…. Ancora il telefonino. Io faccio un mezzo sorriso, lei guarda di nuovo il display… “scusa, ma questa è proprio una telefonata importante..: Pronto? Ciao” , ho il tempo di sentire.
Ora il semino si fa sentire, così come una vaga sensazione di nausea, con questa architetto che passa il suo tempo al telefono. Ma se dovevi telefonare così tanto potevi startene nel tuo ufficio o a casa tua.
Siamo qui da 43 minuti e ne ha passati 39 al telefono.
All’improvviso il colpo di genio.
Faccio un gesto con la mano, per attirare la sua attenzione. Le si gira verso di me, si, cavolo, è davvero carina, anzi, proprio bella.
Con una specie di linguaggio da sordomuto, le faccio capire che entro nel locale. Lei annuisce, certo, sembra dire, se devi andare in bagno, fai pure. Grazie.
Entro nel bar, qui mi conoscono, ci vengo di frequente.
Saluto l’uomo alla cassa, gli chiedo il conto. Lui mi guarda con aria strana. Pago.
“Scusa, hai mica uno stuzzicadenti?”
“Certo, ecco” – e mi porge una ciotolina piena di quegli stecchini imbustati uno per uno.
Mentre ritiro il resto gli dico “Scusa, se mi cercano, dì che sono un latitante e non sai dove sono andato”.
Lui fa un mezzo sorriso e annuisce. Non so se abbia davvero capito, ma mi fido del mio istinto.
Esco dall’altro lato del bar che ha due ingressi, grazie al cielo. Raggiungo la mia macchina, scarto lo stecchino e finalmente, con due semplici manovre elimino il semino infame.
E quando metto in moto, elimino anche l’architetto.
Ma vai a cagare, tu, il tuo arredo urbano e il tuo telefonino.
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D'agrande farò il scritore