C'erano anche ricordi in quel cassetto, tra vecchi oggetti: un lapis, un orologio da tasca con catena, un pettine e e un blocchetto a quadretti, per appunti, dal quale spuntava una foto sbiadita e spiegazzata.
La memoria non era negli oggetti, ma nello stesso cassetto.
Erano decine di anni che non lo apriva. Si accostava e si ritraeva, sempre, ma non questa volta.
L'interno emanava odore di vaniglia e muffa.
Poggiò tutti gli oggetti sul piano di marmo.
La mano passò su ognuno di loro, quasi una carezza di spolvero.
Si sedette sulla sedia impagliata, proprio mentre la pendola a muro scandiva la mezzanotte.
Il pettine passò tra i pochi capelli grigi.
Temperò il lapis. Caricò l'orologio. Rimanevano gli appunti e la foto. Aprì il notes sulla propria scrittura, mentre la foto scivolava sulle ginocchia. Rivide i riccioli biondi, mentre la mano passava sulla nuca . Prese gli occhiali e cominciò a leggere, una pagina a caso. Una specie di compitino da elementari, con una domanda e una risposta da dare: “Qual'è, in questo momento, il tuo maggiore desiderio? C'è una domanda che t'incuriosisce, un fatto, una speranza, una fantasia, un sogno”
Tre righe sotto una risposta succinta, svirgolettata di rosso e con una nota: “Tutto qui? Dovevi applicarti di più”
Lesse la risposta: “Quello che vorrei, da sempre, è andare cinquanta anni avanti, nel futuro, come nei romanzi di fantascienza e vedere cosa faccio, come sono, dove sono”.
Ripose tutto nel cassetto. Lo chiuse, rimanendo per un attimo con le mani poggiate sul piano di marmo, fino a sentire il gelo scorrere le dita.
Si avviò in cucina. Aprì la mensola dei liquori. Prese una coppa di cristallo capiente e una bottiglia di cognac, ancora con i sigilli. Si aiutò con un coltellino e l'aprì. Il rumore dell'alcool che cadeva nel bicchiere ricordava il fluire di un ruscello.
Bevve di un fiato e tornò, meccanicamente, a riempire il bicchiere -
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Era cosi preso dalle mete da dimenticare se stesso. Ora è così preso da se stesso da non riconoscere le mete.