V'è una leggenda che in tempi più antichi
fosse, tra i monti ed i piani più aprichi,
cupo signore un figuro adombrato
di cui l'aspetto mai venne svelato.
Egli girava, ed in mano una falce,
muto invocava d'esistere il calce,
chiunque seguiva, spaurito, il suo segno,
vento, lasciava, e una croce di legno.
Poi venne un giorno, al fiorire dei gigli,
dove hanno origine e imbiancano i tigli,
là venne un uomo dal pelo canuto
che a lungo aveva viaggiato e vissuto,
giunto al cospetto del sire più bianco
quasi sembrava, più vecchio e più stanco,
dai molti anni sconfitto persino,
fu rassegnato al suo amaro destino.
Dunque ecco un giovane uomo al cospetto
suo presentarsi, terrore e dispetto
gli dipingevano il volto più acerbo
che dal lavoro gli presero il nerbo,
questi arretrare voleva ma inviso
gli era il sentiero ed il dito preciso
che lo indicava ed invano il versare
fiumi di pianto tentò il suo salvare.
Quindi gli venne di fronte un bambino,
calmo, innocente, dal volto piccino,
lo guardò in faccia e non ebbe paura,
tese la mano sol, candida e pura,
questi rispose con occhi cambiati,
che a un tale sguardo non erano usati,
porse le palme e sentì il suo calore,
vide la vita e ne seppe il sapore.
Dicon si alzò dal suo trono d'avorio,
sotto a un notturno, stellato ciborio,
che gli mostrasse il rientro, eccezione,
per quello, il solo, che n'ebbe ragione,
passati gli anni, lo vide, in ritorno,
nulla cambiato dal lontano giorno,
quindi un sorriso il bambin volle fare
per poi rispondergli:"vieni a giocare?".