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 Pier Luigi Bacchini CANTI TERRITORIALI

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Luca Curatoli
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Numero di messaggi: 2065
Data d'iscrizione: 04.01.08

MessaggioOggetto: Pier Luigi Bacchini CANTI TERRITORIALI   17/12/09, 01:26 pm

Pier Luigi Bacchini
CANTI TERRITORIALI



Mappa dei voli

Quando gli astronomici migratori atterrano -

e intersecano i transiti
sulle geografie primaverili

e le scheletriche cicogne trovano posto
sulle paglie dei tetti
tra i fastidiosi battiti dei loro stecchi,
come femori di gru
con scricchiolii vocali,
allora anche i vocianti cigni s'adunano
con disperazioni di urli
e di versi incocludenti
e pieni d'echi:
desolazioni, -
e resta un pianeta disabitato, con specchianti
solitudini di fiumi
e foreste estreme. Senza ancora nomi: nell'attesa

del compimento.

Ma tutto poi è stato depredato,
scavato, dal dispositivo degli istinti,
dall'alluminio degli uffici.
E hanno affumicato le nubi -
e imprigionate nelle stie

tutte le cangianti squadriglie delle oche

- e lo svasso dell'Oregon
in coppia
come ballerine stilizzate -
coercite
dalle linee primordiali.

Come la sterna costretta
nalle piccola patria astrale, e quella pescatrice, la sula

che è sempre come un sasso
verticalmente scagliato nel mare.



Il mio strumentario

Questo arto, la mano,
è la mia parola dalle cinque dita,
non è come conchiglia gettata e ripresa
e rigettata da un'onda
di mare primordiale
per una bacheca.
E anche la mia lingua,
che supera la chiostra dei tuoi denti
come un animale erettile e marino,
e a lungo
ci si unisce nel seme -

Io ridico parole con il grido
di cetacei tornati nell'oceano

o col loro silenzio di mandrie
arenate sulla spiaggia -

le ascolto inconsapevole,
risalite dagli umidi secreti, filtrazioni,
lungo lo speco
tiepido del midollo.

E molte molecole mi nutrono
ogni giorno, dalle mille evoluzioni
radiazioni sperdute, piante morte
e comete polverizzate -
e molte molecole mi curano
con tenerezze materne
sebbene con effetti collaterali,
replicando l'arcaico formulario
del mondo
- di natura sintetica ed erboristica
per correggere le noste anomalie - padre, madre, -
incolpevoli, i decifit
percettivi,
vestibolari e tiroxina
ed acetilcolina...
E se mi avessero inoculato
un qualche ml in più o in meno
dopandomi
non andrei lungo i viali con lampioni d'autunno
per la città
nella loro simmetrica malinconia, e non sarei
un poeta da pubblicare.



Diamante

Ho imparato a parlare
nelle pietraie del fiume.
Nell'acqua verde. Muffa di stagni d'estate.
Anche smeraldo.
Scegliendo i ciottoli sgretolati sulle montagne
e ricomponendoli in domande.
Il mondo
è pieno di crepature.
Quando negli emisferi azzurri della trottola
fra trasparenze atlantiche

insorgono isole
nelle loro durezze di anelli

subito fioriscono; frullano ucceli sopra.
Risplendenti anche le pietre
nella terra mineraria
con prodigi di rifrazione -
filiazioni del tempo,
tagliate a rosetta a baguette
a marquise,
e ora in mostra nelle gioiellerie, tra gli argenti,
con rapine nel sangue sul marciapiede,
o tesaurizzate con cupidigia.

- E uguali madrepore invece
rimangono sommerse
come navi defunte;
ricoperte senza indugio da spugne
e da granchi rossi e pomodori di mare. Fin troppa vita.
Fastosa, in gottte, in nicchie,
polipai
con minimi pesci di vetro
saettanti a frotte simultanee.
Le parole del mondo:
una conflagrazione pittorica. Ma, dopo, ecco,
le parole astratte, i numeri
e grattacieli in erezione.



Acqualuce

Quando il muto fantasma della medusa
con lingue pendule
mòtili barbe
simili a una cometa
rendeva colorazioni traslucide, i tentacoli
delineavano soltanto un urticante
pulsante ideogramma.



Mar Mediterraneo

Salme petrolifere e marine
sulle sponde presso templi bianchi
circondati da papaveri -

Salme, e mosche, nelle polvere dei crolli,
grumo di guerra.
E il sonno di Getsemani.

Ma poi vi sono le spiagge eleganti del Marocco,
ville, giovani vele,
corpi distesi come statue
mai più vedute
deposte sui fondali.

E ancora i nomadi cammelli con le palpebre sugli occhi
trasognate, e il grasso delle gobbe
il passo navigante,
impertubabile
in carovane bardate dalle fiabe.

Lungo voli intercontinentali.

Lungo le secolari piste.
e greci

sotterati fra coralli rari
in triremi marcite
o fra gli scheletri di quelle galleggianti foche
d'Orosei
ormai estinte.
- E gli antichi poemi

per la gestante terra.
Con versi mancanti.
O invaso dell'Atlantico
sacco amniotico delle scritture.

La storia annienta generazioni di giovani
con le nuche rasate,
e gli sbandieramenti della nazioni
e le trasmissioni supreme degli schermi
e la funebre boria,
- ma conduce all'unione
per volontà genitale.

Ne abbiamo viste di orde dopo l'Impero -
non finivano più, ogni giorno,
giù dalla gelida Europa, coi cavalli, tende
trascinando il figliame,
tutti commisti;
sino alle terre trivellate delle benzine
verso profumi caldi, coloniali - donne
con le dita di datteri nel serraglio
e gli uomini neri dei banani.
Anche noi,
noi non siamo rimasti soltanto in questo scoglio
insorto dal tuo fondo,
abbiamo gettato reti
con propagazioni magnetiche tra gli emisferi
ripescandoli allacciati.

E con oscillazioni sonore.

Bisognerebbe far visita al Soldano
ancora una volta, e un'altra, e un'altra.
Perchè dal tempo delle bliblioteche
si raccolgono ancora frammenti
di città coronate, coi volti barbuti
dei cacciatori di profilo, dai muscoli brutali,
re guerreschi,
- e ricostruite, ma sempre poi dirute
da alterni invasori, divenuti ormai un popolo solo
di bassorilievi immoti.

Come le trasmigrazioni delle meduse
coi loro fantasiosi tantacoli,
e le contrattazioni dei fenici, quali fenicotteri
con l'alfabeto di zampe sopra il limo.

ganglio del pianeta.

Prima che la tua geografia si muti
stravolgendoti coi maremoti
sommergendo le coste
soffocando i tuoi miti
con folate di sabbia.



Caducifoglie

- Non doratevi, già segretamente aurate,
non arrugginite, non raggrinzite
quanto un piccolo pugno,
disseccato; restate sempreverdi
finte immortali, simili all'altamente profumata
- e nemmeno sfrangiata
di fronte al vento, coriacea e lucente -
alla regale magnolia, con i semi amaranto;
o alle conifere montane
le antiche cenozoiche.
Non diventate trasparenti, sempre più,
telari lisi
già scarse nel mese d'ottobre,
con nostalgie infinitesimali, un po' indeterminate
come i fischi d'un treno distante
e collegi là in fondo, dentro la foschia
- spazzini sotto i muretti erbati,
irrealtà, quasi un disturbo visivo
che nell'intimo spaventa
con l'immagine talvolta
che la materia
d'improvviso scompaia.

*

Ma tutte le sfumate gradazioni
i delicati intrecci,
gl'inudibili crepitii particellari
sarebbero stati inutili: lo sperpero
d'un Dio, la sua noia.
E ogni minimo sgretolamento, tipo il trascurabile uragano,
il ferro sciolto nel magma,
dicono la fatica
dall'origine
e la tremenda concretezza del mondo,
- senza via di scampo per noi.





Pier Luigi Bacchini è nato a Parma nel 1927 dove ha risieduto fino al 1994. Ora abita nei pressi di Medesano, in provincia di Parma. Ha pubblicato i libri di poesia: Dal Silenzio d’un nulla (A. Schwarz, Milano, 1954), Canti familiari (De Luca, Roma, 1968), Distanze fioriture (La Pilotta, Parma, 1981), Visi e Foglie (Garzanti, 1993, “Premio Viareggio”), Scritture vegetali (Mondadori, 1999, “Premio S. Pellegrino” 2000), Cerchi d’acqua - Haiku (Garzanti, Milano, 2003, “Gli elefanti”), Contempazioni meccaniche e pneumatiche (Mondadori Milano, 2005, "Lo Specchio").


N.B. Mi scuso per la formattazione del testo che non tiene conto delle spaziature originali.
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