Con la punta di una penna
penetro in città fortificate.
Pier Luigi Bacchini
Connessioni
Il maestrale spegnendosi dà soffi
sulle cime arboree,
e anche sui tavolini della città
al riparo nelle piazzette
circondate da finestre – con le tovaglie svolazzanti.
Cosa c’è di più triste di un vaso di ottobrine?
a sostenere la prospettiva di un viale?
Dall‘oblò d’un astronauta
la visione del pianeta
s’illumina di notte per tutta Europa,
e per gli USA, lampadine a miliardi, una luce
orgogliosa e festante
o un luna park del sistema solare.
Ma il vento demoralizza, esaspera,
e nella sua prolissità di gridi accumula nuvole
abbuiando i continenti – Nei grandi parchi d’acqua a quest’ora
isolati dal traffico
non si ode più niente
sotto l’insistenza delle sue lamentazioni –
a anche a prestare orecchio non si odono più
nemmeno gli uccelli notturni
che pure incidono il silenzio con voci superstiziose,
discosti dai fanali
- i grifagni
il gufo, e le diverse specie di civette
con il loro verso fonosimbolico.
Si perdono le connessioni,
restano solo gli strazi, calati nelle case,
e le ottobrine travolte.
E città sepolte dalle nebbie. E papiri rotolati
fuori dalle caverne – parole selezionate
dalla storia – anche frammenti,
mancano documenti. –
Ed erosioni scultorie nei graniti del mare,
scheletri d’ominazioni.
Le corde vocali del vento sono fessure,
serrature di porte
penetra negli appartamenti;
e a chilometri al secondo per le strettoie dei vicoli
ha sregolato le ore
trasportando dal passato secoli sin qui
che nessuno ricordava più
con urla d’invasioni, insegne barbariche,
con tutte le donne dietro, e i bambini, migrazioni di razze
lungo viali di rapine – e nei suburbi
dove s’imbucano per scale
privi di passaporti. Si sta tutti insieme
come negli ospizi, anche per le strade ci si infastidisce,
e ci sono luoghi nei cantoni
o nelle sale dei congressi
dove si discutono i problemi basilari
della società
ma per nascondere le facce del vento
che invece riappaiono sempre
nelle piccole valli, dove nessuno penetra a quest’ora.
Scienza ambigua
Ho guardato la luna deflorata
come la amano le querce autunnali
da innumerevoli generazioni – con la luna fra le arborescenze
sanguigne dei miei occhi. Ma le configurazioni mentali
mi toglievano l’innocenza.
Cercavo di comprenderla
come lo stagno sul pianoro
nei suoi grovigli di ranuncoli. Ma già le percezioni riflettevano
costellazioni d’idee sull’acqua erbosa - e la luna
galleggiava allungata fra i giunchi.
Posteggio H
Un disco rosso alla fine dei platani.
Erba.
Sento i paracarri lungo la sponda del fiume
e la tristezza del bitume: impressioni
inganni
che la tua scienza indaga.
Da oggi
tutta la tua forza è in un serrato frigorifero
e indifferenti guardiani giocano a carte.
Non verrò. Ci siamo incontrati
per anni. Ricordo impermeabili e sigarette
luoghi d’ospedale.
Ci si affidava con sicurezza a te –
su uno sfondo di lettini e monitor.
Nella tua semeiotica parevi ispirato.
Tutta l’estate è a terra
alla radice degli alberi. E’ dorata,
rossastra. Tonalità di strazio. Dovevi
diventare il mio maestro
a lezione le tue parole precisavano dati
disponendoli come per una battaglia.
Dov’è il faro centrale del giardino
sulla porta?
Hai ottenuto quanto ti eri prefisso,
eravamo stati educati
quasi negli stessi anni,
e voglio ancora scrivere poesie
perché sono sassate nella storia.
Ormai sotto le campane, per tutte le disperazioni
e le paure della mia vita
mi si è deformato il cardias.
E ho altri mali oltre la sindrome
mortale del collo.
C’è una volontà in meno, decisa e testarda.
Dove potrò andare adesso, nell’ora del tuo trasporto,
su un terreno pieno d’acqua di pioggia? Cespi d’erba.
Non voglio ricordare l’ombra oscura
nella tua esistenza.
Mentre ascolto canzoni in questa attesa
lontane regioni si insinuano in auto
- penisole azzurre.
__________________________________________________________________________
mi spiace per l'infelice formattazione che non ha tenuto conto degli spazi dell'originale